Che cosa sono i postbiotici? ISAPP cerca di fare un po’ di chiarezza

Cresce l'interesse delle aziende e dei ricercatori sui postbiotici, ma al momento manca una definizione precisa. Ora ISAPP cerca di chiarire la questione con un nuovo documento di consenso.

Una nuova definizione di postbiotici, pubblicata dall’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics (ISAPP), punta a chiarire le ambiguità nell’uso del termine e fornire un quadro per l’accademia e l’industria per continuare la ricerca e lo sviluppo in questo settore.

Intervenendo al recente evento online Naturally Informed, Colin Hill dell’APC Microbiome Ireland e University College Cork, ha presentato un primo sguardo alla definizione ISAPP, introducendo la nuova definizione e discutendo alcune delle questioni fondamentali relative ai postbiotici.

Colin Hill
Colin Hill, docente di Microbiologia alla University College Cork, in Irlanda.

Ha osservato che il documento di consenso ISAPP arriva in un momento in cui il termine “postbiotico” si trova sempre più nella letteratura scientifica e anche su prodotti commerciali. Tuttavia, il termine è usato in modo incoerente e manca di una definizione chiara.

“Quello che vogliamo fare è proporre una definizione utile e stabilire una base comune per sviluppi futuri”, ha affermato Hill, osservando che il panel ISAPP composto da più esperti indipendenti di tutto il mondo si è riunito a Londra alla fine del 2019 per discutere il problema di postbiotici.

Secondo la nuova definizione di consenso, i postbiotici sono “una preparazione di microrganismi inanimati e/o di loro componenti che conferiscono benefici per la salute all’ospite“.

Secondo Hill ciò significa che i postbiotici sono essenzialmente cellule microbiche o loro componenti cellulari deliberatamente inattivate, con o senza i metaboliti, che conferiscono un beneficio per la salute.

Come per le definizioni di probiotici e prebiotici, ISAPP sui postbiotici ribadisce che l’uso del termine deve essere collegato a un beneficio per la salute.

«Tutti questi termini hanno davvero senso soltanto se sono collegati a un beneficio per la salute nell’ospite bersaglio» ha sottolineato Hill, aggiungendo che l’effetto benefico deve essere confermato nell’ospite bersaglio nella specie e nella sottopopolazione.

Postbiotici: preparazioni “inanimate”

Hill ha osservato che la parola “preparazione”’ è stata utilizzata nella definizione perché è importante indicare la possibilità che siano una formulazione e un processo specifico per produrre la biomassa microbica a rappresentare un postbiotico – ed è probabile che la matrice e i metodi di inattivazione giochino un ruolo.

«Se possiamo dimostrare che una preparazione liquida di un batterio inattivata dal calore ha un beneficio per la salute, non significa che possiamo prendere lo stesso batterio, essiccarlo e formularlo in un altro prodotto e trasferire su di esso il beneficio per la salute» ha evidenziato l’esperto. «Devi dimostrare l’effetto di una preparazione specifica, quindi il termine postbiotico va riservato a preparati specifici».

Secondo Hill è fondamentale che i microrganismi indefiniti non siano inclusi nella definizione. Ha osservato, ad esempio, che prendere un estratto di microbi da campioni fecali e inattivarli con il calore non dovrebbe essere considerato un postbiotico secondo la definizione ISAPP, «perché la biomassa microbica non è definita».

«Pensiamo che debba essere definito in modo preciso così da poterlo associare al beneficio per la salute che si desidera richiedere».

Riferendosi all’uso del termine “inanimato” nella definizione, ha osservato che ISAPP ha scelto specificamente questa parola. «Volevamo evitare termini complessi come inattivo, inerte, ucciso, morto, in quanto potrebbero suggerire “inefficacia”».

«Sarebbe difficile dire che un postbiotico è costituito da batteri inattivi che però risultano attivi in ​​alcune malattie» ha puntualizzato. Sarebbe un problema anche dire che qualcosa di inerte, ucciso o morto, ha comunque un impatto positivo sulla salute.

Hill ha detto che ci sono molte prove per dimostrare che i microbi inattivati ​​o inanimati possono avere un impatto sul microbioma e sulla salute umana. Ha citato uno studio del 2016 che ha esaminato più di 50 studi su vari ceppi che mostrano benefici, aggiungendo che ceppi tra cui Lactobacilli, Bifidobatteri ed Enterococcus hanno dimostrato di avere effetti in condizioni quali IBS, stipsi, colite, NAFLD, rinite e altro.

Tuttavia, ha aggiunto che ISAPP si riferisce in senso generale a “microrganismi”, il termine non è limitato ai batteri e potrebbe essere utilizzato anche per i lieviti.

L’importanza degli ingredienti

Hill ha ribadito che gli esperti convocati dall’ISAPP hanno deciso di non ridefinire cose che erano già ben definite da altri termini, osservando che se qualcosa ha un termine – ad esempio batteriofago, batteriocina, butirrato o fermentato – allora non c’è bisogno di nuove definizioni o inclusioni nella nuova definizione postbiotica. «Un batteriofago non è un postbiotico, è un batteriofago» ha specificato. «Non abbiamo bisogno di nuovi termini per sostituire i vecchi termini ben definiti».

Tuttavia, ha osservato che ISAPP include il termine “componenti” nella definizione perché, sebbene un postbiotico debba contenere una biomassa cellulare di un microrganismo, potrebbe non contenere microrganismi intatti. In effetti, ha ricordato che le fasi di inattivazione possono anche frammentare o frantumare le cellule. I postbiotici, tuttavia, devono ancora contenere componenti cellulari microbiche come componenti della parete, flagelli o pili.

«La biomassa cellulare deve essere presente, anche se gli organismi non sono necessariamente intatti» ha spiegato, facendo notare che la definizione contiene alcune sfumature relative ai metaboliti.

«La presenza di metaboliti microbici è prevista in molti preparati postbiotici, ma la definizione non include quei metaboliti purificati dalla loro biomassa cellulare» ha aggiunto. «Se purifichi i metaboliti, non sono più postbiotici, sono metaboliti».

Hill ha citato l’acido butirrico come esempio di un metabolita che può essere presente in una miscela postbiotica ma non sarebbe classificato come postbiotico se fosse purificato dalla biomassa cellulare.

Postboitici vs paraprobiotici: una distinzione non solo semantica

La prima sfida del lavoro condotto da ISAPP è stata capire se postbiotici fosse il termine appropriato per definire, piuttosto che paraprobiotici o probiotici fantasma (ghost probiotics).

«Abbiamo esaminato la letteratura e abbiamo potuto vedere che tra il 2000 e il 2019 ci sono molti articoli che menzionano questi termini diversi. Probiotici è il termine più usato negli ultimi 20 anni, e postbiotici è il secondo termine più usato» ha detto Hill.

«Ma se guardi la sequenza temporale, puoi vedere che per molto tempo i probiotici inattivati con calore sono usati abbastanza, anche se negli ultimi tempi il termine postbiotici ha davvero preso il sopravvento. E nel 2019 è stato il termine più usato termine», ha osservato.

Un altro motivo per cui i postbiotici sono da preferiti rispetto a termini come paraprobiotici o probiotici inattivati è che questi termini si basano tutti sull’uso del termine probiotico e sulla definizione di probiotico.

«[Con questi termini] sembra che qualcosa debba essere prima un probiotico e poi può diventare un probiotico paraprobiotico o un batterio ucciso dal calore. Non pensiamo che sia necessario. Non devi essere un probiotico per diventare un postbiotico», ha concluso Hill.

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