Vaginosi batterica: studio canadese rivaluta il ruolo dei bifidobatteri

University of Saskatchewan – Saskatoon (Canada) STUDIO ORIGINALE

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Secondo un recente studio condotto da due ricercatrici della University of Saskatchewan, in Canada, i bifidobatteri sembrano essere la specie prevalente nel microbioma vaginale di un sottogruppo di donne sane in età riproduttiva.

Inoltre, secondo quanto riportato sulla rivista Anaerobe, questo ceppo batterico sarebbe potenzialmente in grado di proteggere l’ambiente vaginale proprio come i lattobacilli.

I bifidobatteri sono una specie Gram positiva che colonizza fisiologicamente la mucosa vaginale, la cavità orale e il tratto gastrointestinale.

Anche se il microbioma vaginale viene ancora oggi considerato sano soltanto quando la specie dominante è quella dei lattobacilli, numerosi studi hanno dimostrato che nel 5-10% delle donne sane in età riproduttiva a prevalere sono invece i bifidobatteri, che sarebbero in grado di produrre, proprio come i lattobacilli, acido lattico e perossido di idrogeno, sostanze in grado di mantenere la corretta omeostasi del microbioma vaginale.

Per valutare in maniera più approfondita le caratteristiche dei bifidobatteri vaginali, le ricercatrici hanno analizzato 40 isolati batterici ottenuti mediante l’esecuzione di un tampone vaginale a 26 donne sane provenienti dal Canada e dal Kenya.

Bifidobatteri e lattobacilli nel microbioma vaginale

In primo luogo è stata testata la capacità degli isolati di bifidobatteri di metabolizzare 49 diverse fonti di carbonio: dai risultati ottenuti sembra che i profili di fermentazione siano gli stessi dei corrispettivi type strain presenti nell’intestino e nella cavità orale.

È stato inoltre dimostrato che tutti gli isolati batterici erano in grado di produrre acido lattico. In particolare, è risultato che i livelli prodotti dal ceppo Bifidobacterium longum sono comparabili a quelli del ceppo di lattobacilli (L. crispatus) più frequentemente associato a un microbioma vaginale “sano”.

Inoltre, le ricercatrici hanno rilevato che il 32% degli isolati di bifidobatteri era in grado di sintetizzare anche perossido di idrogeno, mentre la maggior parte è risultata in grado di tollerare alti livelli di acido lattico e bassi valori di pH, che tipicamente caratterizzano l’ambiente vaginale di donne sane.

Infine, dai dati raccolti è risultato che i bifidobatteri sembrano in grado di resistere ai due antibiotici più frequentemente utilizzati per combattere la vaginosi batterica: il metronidazolo e la clindamicina.

La loro capacità di sopravvivere potrebbe quindi favorire il ripristino di un’adeguata composizione del microbioma vaginale dopo una terapia antibiotica.

Sulla base di quanto osservato, le autrici suggeriscono che i risultati ottenuti possano essere molto utili per la diagnosi dei disturbi vaginali. Ancora oggi, infatti, i protocolli basati sul metodo della colorazione di Gram e sul calcolo del punteggio di Nugent indicano una diagnosi di vaginosi batterica conclamata o intermedia se il risultato del tampone vaginale segnala una prevalenza di bifidobatteri invece che di lattobacilli.

Secondo lo studio, invece, anche i bifidobatteri sembrano in grado di assicurare una condizione di salute dell’ambiente vaginale. Ecco perché i dati ottenuti potrebbero consentire in futuro ai clinici di valutare con maggiore precisione lo stato di salute del microbioma vaginale, evitando trattamenti non necessari.

Lisa Trisciuoglio

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