DGBI, Roma V cambia il paradigma: farmaci vegetali prima linea terapeutica

La combinazione di olio di menta piperita e olio di cumino viene inclusa tra i medicinali vegetali che hanno dimostrato una superiorità rispetto al placebo nel trattamento della dispepsia funzionale.
Stato dell'arte

La dispepsia funzionale è considerata oggi un disturbo dell’interazione intestino-cervello (DGBI) caratterizzato da sintomi eterogenei, sovrapposizioni frequenti e meccanismi patogenetici multipli. I trattamenti sono stati a lungo scelti secondo schemi rigidi, spesso privilegiando la soppressione acida anche quando il quadro clinico era dominato da pienezza postprandiale, sazietà precoce o gonfiore.

Cosa aggiunge questa ricerca

Roma V propone un approccio più vicino alla pratica clinica e all’esperienza del paziente. Negli algoritmi terapeutici della dispepsia funzionale, i medicinali vegetali con efficacia e sicurezza documentate, compresa la combinazione di olio di menta piperita e olio di cumino contenuta in Menthacarin®, possono essere considerati tra le opzioni di prima linea.

Conclusioni

La novità non consiste soltanto nell’ingresso della fitoterapia negli algoritmi. Il vero cambiamento è il passaggio da una terapia centrata sulla categoria diagnostica a una gestione costruita sui sintomi più disturbanti, sulle sovrapposizioni cliniche, sulla tollerabilità e sugli obiettivi del paziente.

In questo articolo

La pubblicazione dei criteri di Roma V segna un passaggio rilevante nella gestione della dispepsia funzionale, oggi inquadrata all’interno dei disturbi dell’interazione intestino-cervello (DGBI): i medicinali vegetali dotati di evidenze cliniche non sono più relegati al ruolo di rimedio complementare o di alternativa da utilizzare dopo il fallimento dei farmaci convenzionali. Possono invece trovare posto già nella prima linea di trattamento, accanto agli inibitori di pompa protonica e ai procinetici, sulla base del profilo sintomatologico, dell’esperienza clinica, della disponibilità locale e delle preferenze del paziente.

È quanto emerge anche dal capitolo dedicato ai disturbi gastroduodenali, coordinato da Hans Törnblom dell’Università di Göteborg e pubblicato nel 2026 su Gastroenterology. Nel paper, la combinazione di olio di menta piperita e olio di cumino (Menthacarin®) viene inclusa tra i medicinali vegetali che hanno dimostrato una superiorità rispetto al placebo nel trattamento della dispepsia funzionale. Gli algoritmi proposti per la sindrome da distress postprandiale, o PDS, e per la sindrome da dolore epigastrico, o EPS, consentono inoltre di considerare una preparazione vegetale con efficacia e sicurezza documentate fin dall’avvio della farmacoterapia.

Da “funzionale” a disturbo dell’interazione intestino-cervello

Il cambiamento introdotto da Roma V è prima di tutto culturale. La dispepsia funzionale non viene interpretata come una condizione priva di basi organiche, né come una diagnosi residuale formulata soltanto dopo avere escluso ogni possibile malattia. È invece un disturbo dell’interazione intestino-cervello, o DGBI, sostenuto da una combinazione variabile di alterazioni della motilità, ipersensibilità viscerale, disfunzioni della barriera duodenale, attivazione immunitaria, fattori psicologici e modificazioni dell’elaborazione centrale dei segnali gastrointestinali.

Roma V mantiene la dispepsia funzionale come categoria generale, ma invita a utilizzare preferibilmente le definizioni PDS ed EPS, anche quando le due condizioni si sovrappongono. Nella PDS predominano pienezza postprandiale e sazietà precoce; possono tuttavia far parte dello stesso quadro anche dolore o bruciore epigastrico dopo il pasto, nausea postprandiale, gonfiore dell’addome superiore ed eruttazioni eccessive. Nell’EPS, invece, il nucleo clinico è costituito da dolore o bruciore epigastrico, che possono essere o meno correlati all’assunzione di cibo.

Questa maggiore attenzione alla relazione tra pasti, sintomi e impatto sulle attività quotidiane sposta il baricentro della cura verso ciò che il paziente percepisce come realmente disturbante. Non si tratta più soltanto di assegnare un’etichetta diagnostica, ma di individuare il cluster di sintomi prevalente e scegliere un intervento capace di agire su più componenti contemporaneamente.

I limiti di un approccio centrato esclusivamente sulla soppressione acida

Gli inibitori di pompa protonica mantengono un ruolo nella dispepsia funzionale, soprattutto dopo l’esclusione o l’eradicazione di Helicobacter pylori. Roma V ne propone tuttavia un utilizzo a dose standard e per un periodo limitato, generalmente compreso tra quattro e otto settimane, interrompendo il trattamento in assenza di un beneficio sufficiente.

Il documento sottolinea inoltre alcuni limiti delle evidenze disponibili. In molti studi sui PPI la dispepsia viene definita prevalentemente attraverso dolore o bruciore epigastrico e la malattia da reflusso gastroesofageo non è sempre esclusa con certezza. Le informazioni sull’efficacia nei singoli sottogruppi sono quindi incomplete, mancano dati solidi per l’ampia popolazione con sovrapposizione tra PDS ed EPS e la risposta potrebbe essere meno soddisfacente nei pazienti dominati da sintomi postprandiali.

È proprio in questo spazio terapeutico che assume rilievo il riconoscimento dei medicinali vegetali. La loro collocazione tra le opzioni iniziali non deriva da un generico ritorno al “naturale”, ma dalla disponibilità di preparazioni standardizzate studiate in sperimentazioni cliniche controllate.

Tra queste rientra Menthacarin®, combinazione di 90 mg di olio di menta piperita e 50 mg di olio di cumino. La menta piperita esercita effetti spasmolitici e analgesici, collegati anche alla modulazione dei recettori TRPM8 e dei canali del calcio. L’olio di cumino presenta proprietà carminative, antischiuma e di riduzione della formazione di gas. Per la combinazione sono stati inoltre descritti effetti sull’ipersensibilità viscerale, uno dei meccanismi centrali nella generazione dei sintomi dei DGBI.

Menthacarin e risultati rilevanti per il paziente

A rafforzare questo orientamento contribuisce uno studio clinico di fase IV coordinato da Ahmed Madisch e pubblicato sul Wiener Medizinische Wochenschrift. La ricerca ha coinvolto 126 pazienti con dolore o crampi addominali, sensazione di gonfiore oppure pienezza postprandiale in assenza di una causa organica. I partecipanti hanno assunto una capsula di Menthacarin® due volte al giorno per otto settimane. Lo studio è stato costruito intorno a esiti direttamente percepibili dal paziente: intensità dei sintomi, numero di giorni in cui i disturbi interferivano con la vita quotidiana, caratteristiche dell’alvo, qualità di vita e soddisfazione per il trattamento.

Nel corso delle otto settimane sono migliorati in maniera significativa dolore e crampi, sensazione e aspetto del gonfiore, flatulenza, borborigmi e pienezza postprandiale. Una riduzione di almeno il 30% dei sintomi è stata osservata nel 57-64% circa dei partecipanti, a seconda del disturbo considerato. Il numero medio di giorni settimanali nei quali i pazienti si sentivano condizionati dai sintomi è passato da 6,1 a 3,3, mentre gli svuotamenti intestinali incompleti si sono approssimativamente dimezzati. Sono migliorati anche i punteggi di qualità di vita, soprattutto nella componente fisica.

Lo studio ha il merito di riprodurre una situazione vicina alla pratica quotidiana e di confermare risultati coerenti con precedenti trial randomizzati e metanalisi. Particolarmente significativo, nell’ottica di Roma V, è il fatto che i maggiori benefici siano stati osservati proprio su gonfiore e pienezza postprandiale, sintomi spesso difficili da ricondurre a un unico meccanismo e non sempre adeguatamente controllati dalla sola soppressione acida. 

Microbiota, il possibile “anello mancante”

L’aggancio con il microbiota intestinale esiste, ma richiede una lettura prudente. Roma V include il microbioma tra i possibili fattori coinvolti nella fisiopatologia della dispepsia funzionale. Nei pazienti sono state osservate differenze nella composizione del microbiota duodenale rispetto ai controlli, con associazioni tra alcune configurazioni microbiche, svuotamento gastrico e intensità dei sintomi. Questi risultati restano tuttavia influenzabili da fattori confondenti, come l’uso di PPI e la sovrapposizione con la sindrome dell’intestino irritabile.

Il modello proposto è quello di un sistema interconnesso: alimenti, acidi biliari, microbiota, infezioni e altri stimoli luminali possono alterare la barriera duodenale, favorire un’attivazione immunitaria di basso grado e modificare la comunicazione neuroimmune. Le conseguenze possono coinvolgere motilità, sensibilità viscerale e percezione centrale dei segnali provenienti dall’apparato digerente.

Per Menthacarin® sono stati ipotizzati effetti favorevoli anche sulla formazione di gas e sull’ambiente microbico intestinale, soprattutto in relazione all’olio di cumino. In una recente pubblicazione la combinazione ha evidenziato un miglioramento della composizione del microbiota e un aumento della produzione degli SCFA. Il microbioma rappresenta quindi un elemento biologicamente plausibile del quadro generale dei DGBI, non un meccanismo clinico già provato per questo trattamento. 

Una terapia costruita sul sintomo più disturbante

La vera novità di Roma V non è dunque una contrapposizione tra farmaci convenzionali e fitoterapia. È il superamento di una sequenza terapeutica automatica e uguale per tutti.

Nella PDS, dopo gli interventi su dieta e stile di vita, possono essere considerate come prima linea diverse opzioni: PPI, procinetici o medicinali vegetali con efficacia e sicurezza stabilite. Nell’EPS, la scelta iniziale può comprendere PPI o preparazioni vegetali documentate. La decisione dipende dal profilo clinico, dalla disponibilità dei medicinali, dalle regole locali, dalla tollerabilità e dagli obiettivi condivisi con il paziente. 

Per Menthacarin® si apre così uno spazio terapeutico più definito: non semplice rimedio accessorio, ma opzione farmacologica vegetale sostenuta da studi clinici e inserita in un algoritmo che riconosce la natura multisintomatica dei disturbi dell’interazione intestino-cervello.

Il cambio di paradigma è soprattutto questo: trattare meno l’etichetta e più la persona, privilegiando non soltanto la riduzione del dolore, ma anche la pienezza postprandiale, il gonfiore, l’impatto sulla vita quotidiana e la qualità di vita. In questo scenario, una combinazione in grado di agire su più manifestazioni può rispondere meglio alla complessità reale della dispepsia funzionale.

Contenuto realizzato in collaborazione con Schwabe Italia.

Bibliografia

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Redazione
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