L’impiego di microrganismi vivi nei disturbi intestinali ha una storia che precede sia la nascita del termine “probiotico” sia la definizione della sindrome dell’intestino irritabile. In questa intervista, Simone Guglielmetti, microbiologo dell’Università di Milano-Bicocca, ripercorre l’evoluzione di questo approccio: dai primi tentativi di contrastare la diarrea infantile all’impiego moderno di ceppi selezionati. L’idea iniziale, secondo cui qualsiasi probiotico potesse contribuire a riequilibrare il microbiota alterato nell’IBS, ha progressivamente lasciato spazio al concetto di ceppo-specificità. Oggi la ricerca punta ancora più lontano: non soltanto individuare il probiotico più adatto all’IBS, ma scegliere quello più appropriato per specifici sottogruppi di pazienti, definiti sulla base dei meccanismi biologici coinvolti e non solo della prevalenza di diarrea o stipsi. La selezione di microrganismi capaci di consumare l’idrogeno intestinale, come Blautia hydrogenotrophica, o di produrre acido gamma-amminobutirrico rappresenta un esempio di questo approccio “mechanism-driven”. L’obiettivo finale è una strategia probiotica realmente personalizzata, fondata sull’incontro tra le caratteristiche funzionali del ceppo e il profilo biologico del singolo paziente con IBS.
