Enterocolite necrotizzante e microbiota intestinale: una review sullo stato dell’arte

30 giugno 2017

Aix-Marseille Université, Institut Hospitalo-Universitaire Méditerranée Infection, Marseille (Francia) STUDIO ORIGINALE

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Manipolare la composizione batterica del microbiota intestinale potrebbe prevenire l’insorgenza di enterocolite necrotizzante (NEC).

Ad affermarlo è di un team di ricercatori francese che ha svolto una revisione della precedente letteratura scientifica sul rapporto tra questa patologia e la proliferazione di determinati microrganismi.

Nello studio, pubblicato su Human Microbiome Journal, emerge un collegamento tra NEC e disbiosi del tratto intestinale. È proprio in quest’ultimo, infatti, che risiederebbero specifici microrganismi commensali responsabili dei meccanismi tossigeni coinvolti nell’insorgenza della malattia.

L’enterocolite necrotizzante colpisce nella maggior parte dei casi l’intestino dei bambini nati prematuramente, con un tasso di mortalità tra il 20% e il 50%. È una possibile conseguenza della rottura del fragile equilibrio microbico intestinale, che avviene a causa di fattori ambientali e fisiologici.

I prematuri, infatti, sono caratterizzati da un intestino e un sistema immunitario non ancora completamente sviluppati. Inoltre, sono spesso esposti agli antibiotici e crescono in ambiente ospedaliero, caratterizzato da bassa diversità microbica.

Il fatto che si siano osservate epidemie di enterocolite necrotizzante e che questa sia spesso associata alla pneumatosi intestinale di origine batterica indica il ruolo di specifici microrganismi nell’insorgenza della patologia. Questa ipotesi è supportata dall’impossibilità, in laboratorio, di riprodurre la malattia in animali germ-free.

Tuttavia, per via dell’eterogeneità degli agenti causali, il processo di patogenesi è ancora poco chiaro.

Enterocolite necrotizzante: gli studi pubblicati

Nella revisione, coordinata da Bernard La Scola, gli scienziati hanno esaminato 26 recenti pubblicazioni allo scopo di definire le caratteristiche della disbiosi collegata all’enterocolite necrotizzante, evidenziando il ruolo di specifici batteri e delle biotossine coinvolte nello sviluppo della malattia.

In una prima fase i ricercatori hanno cercato di identificare i pattern presenti durante la patogenesi. Successivamente, hanno indagato direttamente sui patogeni isolati durante le epidemie di NEC e sulle tossine da essi prodotte.

Esaminando la letteratura scientifica preesistente, gli autori della revisione hanno cercato di individuare la presenza di specifici batteri nel microbiota intestinale nelle fasi precedenti l’insorgenza della malattia.

Dai risultati di più studi è emerso un abbassamento della diversità del microbioma, un incremento di microrganismi del phylum Proteobacteria (batteri in grado di scatenare risposte iper-infiammatorie) e una proliferazione di diverse specie di Clostridium, Escherichia, Shigella e Cronobacter.

Da una pubblicazione statunitense, in particolare, emergerebbe una relazione tra il tempo di insorgenza della malattia e specifici microrganismi: un esordio precoce coinciderebbe con l’aumento di Clostridia, uno tardivo con l’aumento di Escherichia, Shigella, Cronobacter e γ-Procteobacteria.

In generale, vi sono però diversi fattori che, secondo gli autori di questa revisione, non permettono di identificare alcun preciso pattern microbiale come fattore di rischio predittivo di NEC. Ne è esempio il fatto che molti neonati prematuri presentano un aumento di Procteobacteria non collegato all’enterocolite necrotizzante, motivo per il quale la disbiosi causata da questi microrganismi non spiega completamente la patogenesi.

Inoltre, l’eterogeneità delle specie batteriche individuate non permette di affermare con certezza l’esistenza di una correlazione tra singola specie e patologia.

Nella seconda fase i ricercatori hanno esaminato le specie di batteri commensali, potenzialmente patogene, che recenti studi sono riusciti a isolare durante le epidemie di NEC.

Di particolare rilievo il Clostridium perfrigens, responsabile della produzione della tossina beta-2, letale per l’uomo, che a causa della presenza di catecolamine aumenta la pressione sanguigna e causa necrosi. La disbiosi da C. perfrigens è infatti associata a un decorso clinico più grave, con cancrena più estesa e alta mortalità.

Altre specie individuate sono state il Clostridium butyricum, batterio che induce pneumatosi intestinale e produce enterotossine ed emolisine, il Clostridium neonatale (simile al C. butyricum) e l’Escherichia coli uropatogeno che produce α-emolisina.

La colonizzazione dell’intestino da parte dei batteri commensali è un processo fondamentale che ha inizio già prima della nascita. Nei bambini prematuri, caratterizzati da un intestino e un sistema immunitario poco sviluppati, questa colonizzazione è ritardata e il microbiota intestinale presenta una bassa diversità. In tali condizioni l’equilibrio microbico è messo costantemente a repentaglio.

Più che il microbiota intestinale, contano le tossine batteriche

L’enterocolite necrotizzante è sicuramente associata alla disbiosi intestinale. Tuttavia, a causa dell’eterogeneità dei dati fin qui raccolti, ancora nessun ceppo batterico specifico è stato identificato con assoluta certezza come fattore di rischio. E questo nonostante siano stati evidenziati alcuni cambiamenti ricorrenti nella popolazione batterica intestinale, quali l’incremento di proteobatteri diverse settimane prima dell’insorgere della patologia, la colonizzazione di varie specie di Clostridium e la bassa diversità batterica.

Le ultime ricerche suggeriscono un ruolo delle tossine prodotte da questi batteri, ma in che modo questi fattori possano contribuire all’insorgenza di enterocolite necrotizzante non è ancora totalmente chiaro.

Gli autori della revisione sono però convinti che, oltre alla riduzione dei fattori di rischio come l’esposizione ad antibiotici, la correzione della disbiosi mediante batterioterapia rappresenta la via più promettente nell’ottica di prevenire l’enterocolite necrotizzante.

Giovanni R. Dioretico

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