In presenza di infiammazioni intestinali croniche (IBD) la composizione del microbiota è soggetta a molte più variazioni rispetto alle persone sane: lo afferma uno studio pubblicato recentemente su Nature Microbiology, a firma di un gruppo internazionale tra cui i ricercatori del Pacific Northwest National Laboratory, Richland (USA).

I risultati dello studio migliorano la comprensione della malattia e offrono nuovi metodi per monitorarne l’evoluzione nei pazienti.

L’esistenza di alterazioni fra batteri e altri microrganismi che compongono il microbioma dei pazienti affetti da IBD è nota da tempo, ma questo è il più ampio studio a osservare le variazioni del microbioma sul lungo periodo.

Secondo gli scienziati, la peculiarità del microbioma in presenza di infiammazioni intestinali è il modo in cui varia nella sua composizione, caratteristica che i ricercatori definiscono “disbiosi volatile”.

Janet Jansson è direttrice della divisione Biological Sciences del Pacific Northwest National Laboratory (PNNL).

«Sappiamo che alcuni batteri benefici sono meno presenti nelle persone affette da infiammazioni intestinali, talvolta esistono differenze sostanziali» spiega la portavoce del team Janet Jansson. «I risultati più recenti indicano che chi è colpito da questa condizione ha anche un microbioma intestinale più instabile rispetto alle persone sane».

«È importante sapere non solo quali microrganismi sono presenti, ma anche comprendere come cambia la composizione del microbioma in corrispondenza con l’evoluzione dei sintomi nel tempo» aggiunge Colin Brislawn, che nello studio ha contribuito alle analisi statistiche.

L’indagine è stata svolta su 137 pazienti affetti da colite ulcerosa o malattia di Crohn (sia a livello del colon, sia del tratto iliaco).

I pazienti sono stati seguiti per due anni e messi a confronto con un gruppo di controllo. I ricercatori hanno raccolto campioni fecali dai pazienti ogni tre mesi, monitorando i sintomi e caratterizzando la composizione del microbioma attraverso tecniche di sequenziamento genetico.

Secondo quanto emerso, a fronte di una sostanziale stabilità nel microbiota sano, i pazienti affetti da infiammazioni intestinali croniche registrano variazioni rilevanti, talvolta caratterizzate dalla scomparsa pressoché totale di alcune specie batteriche. In alcuni pazienti più di metà del microbiota è stato sostituito da altre specie batteriche nel giro di pochi mesi. Le variazioni più intense sono state registrate nei pazienti affetti da Crohn ileale.

Un altro fattore che influenza il microbiota, secondo i risultati, sarebbe la modifica della terapia: l’assunzione di un ciclo corticosteroidi orali, per esempio, appare correlata a più fluttuazioni nel microbioma rispetto a una terapia continuativa, così come accade con l’intensificarsi dei sintomi.

«È un passo importante verso la comprensione della relazione fra il microbioma e le dinamiche delle infiammazioni intestinali» concludono gli scienziati. «La manipolazione del microbioma, mirata a simulare quello di un individuo sano, potrebbe diventare una strategia terapeutica attraente per mantenere in remissione i pazienti ».