• Comunità microbiche
• Ruolo del cibo

Stato dell’arte
I flavonoidi alimentari, presenti in molti cibi comuni come tè, vino rosso, mele e frutti di bosco, sono stati associati a un minor rischio di malattie croniche e al miglioramento dei valori della pressione sanguigna. Studi condotti su animali hanno dimostrato che l’attività dei flavonoidi può essere influenzata dai microrganismi intestinali, ma poco si sa su come nell’uomo i flavonoidi alimentari modellino il microbiota intestinale.

Cosa aggiunge questo studio
Analizzando i dati di oltre 240 uomini sani, i ricercatori hanno identificato sei tipi di comunità microbiche associate all’assunzione di sei classi di flavonoidi. Gli studiosi hanno anche osservato una forte associazione tra l’assunzione di mirtilli e tè e specifiche comunità microbiche.

Conclusioni
Lo studio sostiene l’idea che l’assunzione di flavonoidi sia associata alla composizione della comunità microbica.

Secondo una nuova ricerca, pubblicata su mBio, il tipo di flavonoidi alimentari assunti potrebbe influenzare la comunità di batteri che popola l’intestino umano.

Studi precedenti, condotti principalmente sugli animali, hanno dimostrato che i microrganismi intestinali possono modificare l’attività dei flavonoidi alimentari. Questi composti, che si trovano in molti alimenti comuni come tè, vino rosso, mele e frutti di bosco, sono stati associati a un minor rischio di malattie croniche e al miglioramento dei valori della pressione sanguigna.

Per indagare il ruolo svolto dai flavonoidi alimentari nel modellare il microbiota intestinale umano, Kerry Ivey della Harvard T. H. Chan School of Public Health e i suoi colleghi hanno raccolto una serie di dati, tra cui informazioni sulla dieta e campioni di feci, da 247 uomini sani.

Comunità microbiche

I ricercatori hanno identificato sei comunità microbiche associate all’assunzione di sei classi di flavonoidi: flavonolo, flavanolo monomero e polimero, flavanone, flavone e antocianidina.

Il microbiota associato al consumo di flavonolo, che si trova principalmente nella cipolla, nel tè e nella mela, include microrganismi come Parabacteroides goldsteinii e Faecalibacterium prausnitzii.

La comunità microbica associata al consumo di monomeri di flavanolo, che si trovano nel tè, nel mirtillo e nel vino rosso, presenta livelli elevati di batteri Streptococcus salivarius e Clostridium symbiosum, mentre quella associata ai polimeri di flavanolo, presenti nel tè, nella mela, nel mirtillo ma anche nelle arance e nel pompelmo, è caratterizzata da un’alta abbondanza di Bacteroides caccae e Coprococcus catus.

Il microbiota associato al consumo di flavanone, che si trova anche nel tè, nella mela, nel mirtillo, nelle arance e nel pompelmo, include Turicibacter e Coprobacillus.

La comunità batterica associata al consumo di flavone, che si trova nelle arance, nel vino rosso e in alcuni vegetali, presenta livelli aumentati di Bacteroides clarus e Prevotella coprii.

Infine, il microbiota associato al consumo di antocianidina, che si trova nei mirtilli, nelle fragole e nelle mele, è caratterizzato da un’elevata abbondanza di Holdemania e Roseburia e una minore abbondanza di Clostridium bolteae.

Eggerthella lenta, un microrganismo che metabolizza i flavonoidi, è risultato positivamente associato ad alte assunzioni di flavonoli e flavanoni, mentre Adlercreutzia equolifaciens, che metabolizza i monomeri di flavanolo, sembra associato all’assunzione sia di flavonoli sia di  monomeri di flavanolo.

Ruolo del cibo

Successivamente, i ricercatori hanno valutato in che modo queste comunità microbiche sono correlate ad alcuni alimenti che contribuiscono all’assunzione di ciascuna classe di flavonoidi.

Gli studiosi hanno osservato una forte correlazione tra l’assunzione di mirtilli e la comunità microbica associata alle antocianidine e tra l’assunzione di tè e il microbiota associato al flavonolo.

Sebbene siano necessari ulteriori ricerche per convalidare i risultati in diverse popolazioni, lo studio ha rivelato modelli di assemblaggio di comunità microbiche che dipendono dall’esposizione di un individuo a diversi flavonoidi alimentari. Questi risultati supportano quindi l’idea che la dieta è in grado di modellare la composizione del microbiota intestinale.

Traduzione dall’inglese a cura della redazione