Effetti degli inibitori di pompa protonica sul microbiota intestinale

Recente metanalisi: alterazioni nell'abbondanza batterica e nel potenziale metabolico funzionale nei soggetti che usano PPI.
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Stato dell’arte
Gli inibitori di pompa protonica (PPI) rappresentano una classe di farmaci ampiamente utilizzata per patologie come la malattia peptica ulcerosa, il reflusso gastroesofageo e le lesioni gastrointestinali. Con l’uso diffuso dei PPI è aumentata la preoccupazione sui loro potenziali effetti collaterali, anche legati al microbiota intestinale umano.

Cosa aggiunge questa ricerca
Lo studio evidenzia una diminuzione della diversità microbica e un’alterazione della composizione del microbiota nei soggetti che utilizzano PPI.

Conclusioni
L’uso di PPI induce una disbiosi del microbiota intestinale associata a complicazioni correlate al loro uso.

Gli inibitori di pompa protonica (PPI) sono farmaci ampiamente utilizzati e prescritti, grazie alla loro azione nel ridurre la produzione di acido gastrico. L’efficacia clinica di questa classe di farmaci, tra cui omeprazolo, lansoprazolo e pantoprazolo, è stata dimostrata nel trattamento di molte patologie, tra cui malattia peptica ulcerosa, reflusso gastroesofageo, lesioni gastrointestinali indotte da farmaci antinfiammatori non steroidei, infezione da Helicobacter pylori ed esofagite eosinofila. 

Tuttavia, con l’uso diffuso dei PPI, è emersa la crescente preoccupazione riguardo ai loro potenziali effetti collaterali, in particolare quelli legati al microbiota intestinale umano.

Disbiosi intestinale da PPI

Gli effetti degli inibitori di pompa protonica sul microbiota intestinale possono essere spiegati da una combinazione di due meccanismi, specificamente l’inibizione diretta di alcuni batteri commensali intestinali, come le specie di Ruminococcus e Dorea, e la stimolazione indiretta della crescita di alcuni batteri tipici della bocca, mediata dall’aumento del pH gastrointestinale.

Tuttavia, l’uso a lungo termine dei PPI influisce sulla sopravvivenza e induce la migrazione di molteplici batteri lungo il tratto gastrointestinale, aumentando di conseguenza il rischio di disbiosi intestinale

La disbiosi intestinale causata dai PPI è strettamente correlata a molteplici effetti avversi, tra cui carenza di vitamine e minerali, fratture e osteoporosi, malattie epatiche croniche e altre complicazioni extra-intestinali, che influenzeranno in qualche misura la salute di chi fa uso di tali farmaci.

L’uso dei PPI può promuovere infezioni in pazienti con cirrosi epatica scompensata a causa dell’infezione cronica da virus dell’Epatite C, sia direttamente che indirettamente, attraverso cambiamenti nella struttura della comunità microbica.

Ecco cosa succede al microbiota 

Un recente articolo pubblicato su BMC Microbiology, attraverso un’analisi univariata e un modello di classificazione supervisionato, ha analizzato i cambiamenti del microbiota intestinale correlati all’uso dei PPI e identificato alcune caratteristiche comuni dei taxa batterici alterati e dei percorsi funzionali. L’analisi degli Autori ha incluso i dati di sequenziamento del gene 16S rRNA di quattro studi precedentemente pubblicati. 

I risultati dello studio hanno evidenziato delle caratteristiche comuni nei soggetti che utilizzano PPI, tra le quali una diminuzione della diversità microbica e un’alterazione della composizione del microbiota. 

Tra i principali cambiamenti c’è una importante riduzione di batteri produttori di acidi grassi a catena corta (come i membri delle famiglie Ruminococcaceae e Lachnospiraceae). L’analisi funzionale del microbiota 16S rRNA associato ai PPI ha dimostrato un arricchimento dei geni associati a carboidrati ed energia, codificanti principalmente per la fruttosio-1,6-bisfosfatasi e la piruvato deidrogenasi. 

Conclusioni

I risultati dello studio rivelano una disbiosi del microbiota intestinale indotta dall’uso di PPI e associata a complicazioni correlate al loro uso. Nel complesso, lo studio riflette l’effetto significativo dell’uso dei PPI sull’omeostasi del microbiota intestinale ed aiuta a chiarire i potenziali meccanismi alla base degli effetti collaterali associati al loro uso.

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