Il mercato globale dei probiotici destinati all’alimentazione animale potrebbe superare gli 8,3 miliardi di dollari entro il 2036, più che raddoppiando rispetto ai circa 4 miliardi stimati per il 2026. A sostenere la crescita sarebbero soprattutto la ricerca di alternative agli antibiotici, l’espansione degli allevamenti intensivi e lo sviluppo di soluzioni microbiche capaci di migliorare la salute intestinale e l’efficienza alimentare degli animali. È lo scenario tracciato da Future Market Insights, che prevede per il settore un tasso medio annuo di crescita del 7,7% nel prossimo decennio.
La previsione fotografa un comparto che sta progressivamente abbandonando la dimensione di nicchia per entrare nelle strategie industriali dei produttori di mangimi, delle aziende biotecnologiche e dei grandi gruppi della nutrizione animale. L’interesse non riguarda soltanto la possibilità di sostenere le performance produttive, ma anche la necessità di rispondere a un quadro regolatorio e commerciale che spinge verso un impiego più prudente degli antimicrobici.
Le cifre diffuse restano proiezioni elaborate da una società privata di market intelligence e non dati consolidati. Le stime sono basate su interviste, ricerca secondaria e modelli analitici, ma non fornisce informazioni sufficienti per valutare nel dettaglio tutte le ipotesi alla base del calcolo. I numeri vanno quindi letti come un’indicazione delle aspettative del settore più che come una previsione certa dei ricavi futuri.
La riduzione degli antibiotici ridisegna la nutrizione animale
Uno dei principali motori del mercato è rappresentato dalle politiche di contrasto all’antimicrobico-resistenza. Nell’Unione europea l’impiego degli antibiotici come promotori della crescita nei mangimi è vietato dal 2006. Il regolamento europeo sui medicinali veterinari, applicabile dal gennaio 2022, ha inoltre rafforzato le restrizioni sull’uso preventivo e metafilattico degli antimicrobici e confermato il divieto di utilizzarli per aumentare la crescita o la resa produttiva.
La pressione non arriva soltanto dalle autorità. Anche produttori, distributori e consumatori mostrano una crescente attenzione verso filiere zootecniche caratterizzate da un minore ricorso routinario agli antibiotici. Questo cambiamento sta favorendo gli investimenti in strategie nutrizionali preventive, nelle quali i probiotici vengono impiegati per sostenere la funzionalità intestinale, l’utilizzazione dei nutrienti e la resistenza alla colonizzazione da parte di microrganismi potenzialmente patogeni.
La FAO include infatti probiotici, prebiotici, enzimi, acidificanti, estratti vegetali e lieviti tra gli strumenti nutrizionali che possono contribuire a ridurre la necessità di antimicrobici. L’organizzazione precisa tuttavia che questi interventi devono essere integrati con igiene, biosicurezza, vaccinazioni, benessere animale e corretta gestione degli allevamenti. I probiotici non rappresentano dunque un sostituto automatico dei medicinali veterinari, ma uno degli elementi di un approccio preventivo più ampio.
Esperienze recenti nel settore avicolo mostrano come la transizione verso sistemi produttivi con un uso più limitato di antibiotici richieda cambiamenti che coinvolgono contemporaneamente alimentazione, pulizia degli ambienti, qualità dell’acqua, gestione delle lettiere e sorveglianza sanitaria. In questo contesto, i probiotici possono affiancare altri interventi non antibiotici, ma il loro impatto dipende dalle condizioni operative e dall’intero sistema di allevamento.
Batteri e formulazioni liquide guidano il mercato
Secondo le stime, nel 2026 i probiotici di origine batterica dovrebbero rappresentare il 75,3% della domanda globale. La prevalenza di questo segmento sarebbe legata soprattutto alla capacità di alcune specie e forme microbiche, comprese le spore batteriche, di mantenere una maggiore stabilità durante la produzione, lo stoccaggio e il trasporto dei mangimi.
La resistenza ai processi industriali è uno dei principali criteri competitivi. La produzione dei mangimi può infatti prevedere fasi ad alta temperatura, come la pellettizzazione, potenzialmente in grado di ridurre la vitalità dei microrganismi. Per questa ragione, le aziende stanno investendo nella selezione di ceppi più robusti, nelle tecnologie di fermentazione, nella microincapsulazione e nello sviluppo di sistemi di applicazione successivi al trattamento termico.
Le formulazioni liquide, secondo il report, potrebbero arrivare a rappresentare il 57,8% del mercato. La loro diffusione sarebbe favorita dai sistemi di nebulizzazione post-pellet, che permettono di applicare i microrganismi sul prodotto finito evitando l’esposizione alle temperature più elevate. Dosaggio automatizzato e tecnologie di precisione potrebbero inoltre migliorare l’uniformità della distribuzione e la riproducibilità delle formulazioni.
Il mercato si sta contemporaneamente orientando verso soluzioni sempre più specifiche per specie animale. Polli, suini, bovini, ruminanti, animali d’acquacoltura e animali da compagnia presentano ecosistemi intestinali, sistemi produttivi ed esigenze nutrizionali differenti. La tendenza è quindi quella di superare le miscele generaliste per sviluppare ceppi o combinazioni microbiche selezionati in funzione dell’ospite, della fase produttiva e dell’obiettivo biologico.
Nel 2026 gli animali da reddito dovrebbero assorbire il 57,3% della domanda complessiva. Avicoltura, suinicoltura e allevamento bovino rappresentano i principali bacini commerciali grazie alla scala produttiva e alla necessità di migliorare parametri come conversione alimentare, uniformità delle performance e gestione dei disturbi gastrointestinali.
La competizione si sposta dalla quantità di prodotto alla qualità del ceppo
La crescita prevista sta modificando anche i fattori competitivi. Il prezzo rimane importante, soprattutto in un settore caratterizzato da margini ridotti e grandi volumi, ma secondo l’analisi la competizione si concentrerà sempre più sulla documentazione scientifica, sulla stabilità delle formulazioni e sulla capacità di offrire assistenza tecnica agli allevatori e ai produttori di mangimi.
Tra i principali operatori citati dal report figurano Alltech, IFF, Novonesis, Evonik Industries e Novus International. Le strategie attribuite a questi gruppi comprendono l’espansione delle capacità fermentative, la ricerca su nuovi ceppi, la realizzazione di sperimentazioni sul campo e lo sviluppo di formulazioni destinate a specifiche specie o sistemi produttivi.
Il valore di un probiotico per mangimi dipende infatti da una catena di fattori che va oltre la semplice identificazione del microrganismo. Il ceppo deve essere prodotto su scala industriale, rimanere stabile durante la shelf life, sopravvivere alla lavorazione del mangime ed essere somministrato in quantità adeguata. Deve inoltre dimostrare un effetto riproducibile nelle condizioni reali di allevamento.
Da qui la crescente importanza delle collaborazioni tra aziende biotecnologiche, università, produttori di mangimi e grandi integratori zootecnici. Queste partnership possono ridurre i tempi necessari per selezionare i ceppi, validare le formulazioni e raccogliere dati in allevamento, facilitando al tempo stesso l’accesso commerciale ai diversi mercati.
Il Brasile corre, l’Europa cresce più lentamente
La geografia della crescita riflette la struttura delle filiere zootecniche internazionali. Il Brasile dovrebbe essere il mercato nazionale più dinamico, con un tasso medio annuo dell’8,1% fino al 2036. Il Paese dispone di industrie avicole e bovine fortemente orientate all’esportazione e di una produzione mangimistica su vasta scala, condizioni che possono favorire l’adozione di additivi microbici compatibili con gli standard richiesti dai mercati internazionali.
Anche il Giappone dovrebbe mostrare una crescita superiore alla media, pari al 7,6%, sostenuta dalla nutrizione animale di precisione e dalla domanda di produzioni premium. Per l’India è previsto un incremento del 5,9%, collegato soprattutto all’espansione delle filiere avicole e lattiero-casearie. Stati Uniti e Regno Unito registrerebbero rispettivamente una crescita del 5,8% e del 5,2%, mentre la Germania, mercato più maturo, si fermerebbe al 2,6%.
Per le aziende, la diversa velocità dei mercati comporta la necessità di adattare portafoglio, prezzi e documentazione regolatoria. Nei Paesi con produzioni intensive e in rapida espansione, la priorità può essere rappresentata dalla scalabilità e dal rapporto tra costo e performance. Nei mercati più maturi, la differenziazione potrebbe invece dipendere maggiormente dalle evidenze scientifiche, dalla tracciabilità e dalla compatibilità con obiettivi di sostenibilità e riduzione degli antimicrobici.
Stabilità, costi e regole restano le principali barriere
Nonostante le prospettive positive, il comparto deve affrontare diversi ostacoli. Il primo riguarda il mantenimento della vitalità microbica lungo l’intera catena produttiva. Condizioni ambientali sfavorevoli, temperature elevate, umidità e tempi di stoccaggio prolungati possono compromettere la concentrazione effettiva di microrganismi presente al momento della somministrazione.
Un’altra criticità è rappresentata dai costi di fermentazione e dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime. Le formulazioni probiotiche più avanzate possono avere un costo iniziale superiore rispetto agli additivi convenzionali, rendendo più difficile l’adozione da parte dei piccoli allevatori se il ritorno economico non è chiaramente dimostrato.
A ciò si aggiunge la frammentazione regolatoria. Procedure di autorizzazione, requisiti di sicurezza, indicazioni consentite e standard di efficacia possono variare significativamente tra le diverse aree geografiche. L’introduzione di nuovi ceppi richiede quindi investimenti non soltanto nella produzione, ma anche nella caratterizzazione genetica, nella valutazione dell’assenza di fattori di rischio e nella generazione di dossier scientifici adeguati.
La prospettiva è dunque quella di un mercato in forte espansione, ma destinato a diventare anche più selettivo. La crescita non dovrebbe premiare indistintamente tutte le formulazioni: il vantaggio competitivo potrebbe concentrarsi nelle aziende capaci di combinare ceppi ben caratterizzati, stabilità industriale, prove di efficacia, capacità produttiva e supporto tecnico.
Il possibile raddoppio del valore entro il 2036 riflette una trasformazione più ampia della zootecnia. I probiotici stanno passando da additivi opzionali a componenti di strategie che integrano microbioma, nutrizione di precisione, biosicurezza e uso responsabile degli antimicrobici. La sfida per l’industria sarà dimostrare che questa crescita delle aspettative può tradursi in benefici misurabili per la salute animale, la sostenibilità economica degli allevamenti e la qualità delle produzioni.







