Trapianto fecale: l’efficacia dipende anche dal microbiota del ricevente

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il microbiota del ricevente, più di quello del donatore, determina la composizione microbica risultante dal trapianto fecale.
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Stato dell’arte
Il trapianto di microbiota fecale (FMT) è un trattamento efficace per le infezioni intestinali potenzialmente letali, ma la sua modalità d’azione e il modo in cui il microbiota di donatori e riceventi interagiscono è ancora poco chiaro.

Cosa aggiunge questa ricerca
I ricercatori hanno analizzato i dati clinici e metagenomici di oltre 300 trapianti di microbiota, campionati prima e dopo l’intervento. I loro risultati suggeriscono che il microbiota dei riceventi, piuttosto che quello dei donatori, determina la miscela microbica risultante dal FMT. La diversità del microbiota intestinale del ricevente, così come la differenza tra il loro microbiota e quello del donatore, sono fattori importanti nel prevedere quali specie batteriche colonizzeranno l’intestino dopo l’intervento.

Conclusioni
I risultati potrebbero favorire lo sviluppo di terapie microbiche più efficaci e aiutare a identificare i destinatari che potrebbero trarre il massimo beneficio dal trapianto di microbiota.

Il trapianto di microbiota fecale, o FMT, è un trattamento che risulta efficace nei confronti di infezioni intestinali potenzialmente letali, come quella causata da Clostridium difficile, ma la sua modalità d’azione rimane ancora poco chiara. 

Di recente, un gruppo di ricercatori ha scoperto che il microbiota del ricevente, piuttosto che quello del donatore, determina la composizione microbica risultante da un trapianto fecale.

I risultati, pubblicati su Nature Medicine, potrebbero quindi favorire lo sviluppo di terapie microbiche più efficaci e aiutare a identificare i destinatari che potrebbero trarre il massimo beneficio dal trapianto di microbiota.

Interazioni tra batteri

«Una maggiore comprensione dei processi “ecologici” che avvengono nell’intestino in seguito a un trapianto fecale consentirà di comprendere in maniera più dettagliata la loro associazione con gli effetti clinici di questa procedura, in modo da eliminare dal microbiota solo specifici ceppi, per esempio agenti patogeni, e da ridurre al minimo gli effetti collaterali per il resto del microbiota», afferma l’autore senior dello studio Peer Bork dell’European Molecular Biology Laboratory di Heidelberg.

L’idea alla base del trapianto di microbiota fecale è che i microbi intestinali di un donatore possano modulare il microbiota di un ricevente in modo da favorire un buono stato di salute. Ma il modo in cui il microbiota di donatori e riceventi interagisce dopo il trapianto è ancora poco chiaro.

Per rispondere a questa domanda, Peer Bork e i suoi colleghi hanno analizzato i dati clinici e metagenomici di 316 biomasse usate per trattare dieci diverse malattie.

Fondamentale il microbiota del ricevente

I ricercatori hanno raccolto e valutato campioni prima e dopo l’intervento e hanno analizzato le dinamiche di oltre 1.089 specie microbiche.

Il team di Peer Bork aveva già dimostrato in un precedente studio che i ceppi microbici di un donatore e di un ricevente possono coesistere

Ora, i ricercatori hanno scoperto che il microbiota del ricevente, più di quello del donatore, determina la composizione microbica risultante dal trapianto fecale.

In particolare, è stato osservato che alcune specie, tra cui Bacteroides, Blautia e Faecalibacterium, spesso coesistono, mentre altre specie come Veillonella parvula, Akkermansia muciniphila e Prevotella copri hanno meno probabilità di essere presenti all’interno dello stesso ospite.

Successo della colonizzazione

Successivamente, il team ha valutato quali fattori facilitano la colonizzazione  dell’intestino del ricevente da parte del microbiota del donatore, come per esempio la diversità del microbiota intestinale del ricevente, così come la differenza tra il loro microbiota e quello del donatore.

Inoltre, è stato osservato che nel microbiota del ricevente, batteri come Bacteroidales sono tra i più potenti inibitori della colonizzazione, mentre Lactococcus lactis, Streptococcus salivarius e Dialister invisus nel ricevente la promuovono.

«Tuttavia, la colonizzazione dell’intestino da parte delle singole specie è prevedibile solo in parte: ciò implica che il successo della colonizzazione può essere in larga misura stocastico», concludono i ricercatori.

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