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Tumore alle ovaie: disbiosi del microbioma vaginale possibile fattore di rischio

Il microbiota vaginale avrebbe un ruolo nell'eziopatogenesi del tumore ovarico. Ecco cosa emerge dalle pagine di Lancet Oncology.
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Tumore alle ovaie: disbiosi del microbioma vaginale possibile fattore di rischio

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Stato dell'arte
I fattori coinvolti nello sviluppo del tumore ovarico sono molti. Tra questi sembrerebbe esserci anche il microbioma locale, sebbene sia un aspetto ancora da approfondire.
Cosa aggiunge questa ricerca
Scopo di questo studio caso-controllo è stato quello di valutare se donne con o a rischio di sviluppare cancro ovarico presentino un microbioma cervicovaginale alterato e caratteristico.
Conclusioni
La presenza di tumore ovarico o di fattori di rischio noti è significativamente associata a una particolare composizione della comunità batterica caratterizzata da una scarsa presenza di lattobacilli (< 50% del totale).

In questo articolo

In caso di tumore ovarico o di un alto rischio di svilupparlo, giocare d’anticipo o intervenire per tempo è quanto mai fondamentale per ridurne l’elevato tasso di mortalità che lo caratterizza.

Oltre all’età, a mutazioni germinali dei geni BRCA1-2 ecc., anche la composizione del microbioma locale sembrerebbe avere un ruolo nella sua eziopatogenesi. Comunità batteriche scarse di lattobacilli, infatti, hanno dimostrato un’associazione significativa con la presenza del tumore e/o la predisposizione a svilupparlo.

Lo dimostra lo studio caso-controllo coordinato da Nuno R. Nenè dell’University College of London e pubblicato su Lancet Oncology.

I ricercatori hanno suddiviso un ampio numero di donne di età (18-87 anni) e provenienza diversa (Germania, Rep. Ceca, Italia, Gran Bretagna e Norvegia) in due gruppi:

  • ”tumore ovarico” (n=360), che comprende donne con patologia diagnosticata (cancro ovarico epiteliale, n=176) e i relativi controlli sani (n=115) o con neoplasie benigne (n=69)
  • “mutazione BRCA” (n=220), comprensivo di donne ad alto rischio, ovvero che non hanno sviluppato la neoplasia ma che presentano una mutazione BRCA1 (n=109), e i relativi controlli sani (n=97) o, anche in questo caso, con neoplasia benigna (n=14) ma senza mutazioni.

Ogni gruppo è stato poi ulteriormente suddiviso in base all’età (considerando i 50 anni come valore soglia) e, per ciascuno dei tamponi vaginali raccolti, è stata determinata e confrontata la composizione batterica.

A questo proposito, i ricercatori hanno riunito in una singola comunità batterica, denominata “comunità di tipo L”, i 4 “community state types” (CST I, II, III, V) identificati da Ravel e collaboratori in cui sono predominanti alcune specie di di Lactobacillus (L. crispatus, L. gasseri, L. iners e L. jensenii rispettivamente). I ricercatori si riferiscono invece a una “comunità di tipo O” quando la “comunità di tipo L” rappresenta meno della metà del microbioma. La “comunità di tipo O” risulta spesso associata a infezioni locali, è caratterizzata da una diversità maggiore ed è composta da anaerobi obbligati o facoltativi (Gardnerella ecc.).

I dati ottenuti sono stati quindi integrati con diversi fattori noti per essere coinvolti nella patologia. Di seguito i principali risultati.

Età (più o meno di 50 anni), macro-gruppo di appartenenza (“tumore ovarico” vs “mutazione BRCA”) ed eventuali fattori di rischio o confondenti sono stati considerati nell’analisi delle strutture batteriche, dimostrando che:

  • in generale, nel gruppo “tumore ovarico” la comunità batterica di tipo O è presente prevalentemente nelle donne con età maggiore di 50 anni rispetto al sottogruppo più giovane (il 61% dei casi e il 59% dei controlli vs il 53% dei casi e il 29% dei controlli rispettivamente)
  • donne giovani, ma con tumore, hanno una maggiore probabilità di esprimere la comunità batterica di tipo O rispetto alle coetanee sane. Situazione simile in presenza o meno di mutazione BRCA1
  • la comunità di tipo L, più che dalla presenza o dalla gravità della patologia, è influenzata dall’età e dallo stato di fertilità/menopausa. Il 39% delle donne con tumore ovarico al primo e secondo stadio, e il 42% di quelle al terzo e quarto stadio, hanno infatti dimostrato l’appartenenza a questa comunità
  • di contro, per le donne con età ≤ 50 anni del gruppo “mutazione BRCA”, solo la presenza o meno del tumore ha permesso di predire le caratteristiche della comunità batterica. Sono invece molteplici i fattori implicati nella predittività della condizione tumorale
  • in donne giovani del gruppo “mutazione BRCA”, il tipo di comunità batterica ha dimostrato di essere l’unico fattore predittivo della presenza o meno di mutazione. Tale rischio è risultato infatti 2,84 volte superiore in donne con comunità di tipo O rispetto alla controparte della stessa età. Associazione non riscontrata sopra i 50 anni
  • in donne con età ≥50 anni del gruppo “tumore ovarico”, l’utilizzo di contraccettivi orali per più di 5 anni o di ormoni combinati ha aumentato la probabilità di avere una comunità batterica di tipo L, diminuendo quindi il rischio di sviluppare tumore ovarico rispetto a un loro utilizzo per un periodo di breve
  • la gravidanza e casi di tumore tra i familiari stretti sono fattori predisponenti la comunità batterica di tipo O, soprattutto in donne giovani.

In conclusione, dunque, la presenza di tumore ovarico o di noti fattori predisponenti (mutazione BRCA1, età ecc.) sembrerebbero associati a una comunità batterica locale alterata, in quanto scarsa di lattobacilli (comunità O).

Interventi mirati nel ristabilire e mantenere una condizione di eubiosi potrebbero quindi fornire un valido supporto alle terapie correntemente in uso, oltre che diminuire il rischio di sviluppare la neoplasia in soggetti a rischio. Trattandosi tuttavia di risultati preliminari, ulteriori studi sono necessari soprattutto per approfondire le relazioni causa-effetto tra disbiosi e carcinoma.

Silvia Radrezza
Laureata in Farmacia presso l’Univ. degli Studi di Ferrara, consegue un Master di 1° livello in Ricerca Clinica all’ Univ. degli Studi di Milano. Borsista all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS dal 2017 al 2018, è ora post-doc presso Max Planck Institute of Molecular Cell Biology and Genetics a Dresda (Germania).

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