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Gestione clinica dell’intolleranza al lattosio: interazione tra genotipo, microbiota e disturbi funzionali

Gestione clinica dell’intolleranza al lattosio: interazione tra genotipo, microbiota e disturbi funzionali

Nuove evidenze su diagnosi, microbiota e strategie nutrizionali personalizzate.

In questo articolo

La gestione clinica del paziente con intolleranza al lattosio (IL) si è evoluta da un approccio restrittivo a un modello di precisione che integra fisiopatologia enzimatica e modulazione del microbiota. È fondamentale distinguere la maldigestione del lattosio (LM), espressione del fenotipo Lactase Non-Persistent (LNP), dalla sintomatologia clinica, la cui estrinsecazione dipende da una complessa interazione tra dose ingerita, ipersensibilità viscerale, matrice alimentare e capacità adattativa del colon.

Diagnostica differenziale: sovrapposizione con IBS e SIBO

Spesso i test medici non coincidono con ciò che il paziente avverte. Studi condotti in doppio cieco hanno confermato che la percezione soggettiva dell’intolleranza al lattosio raramente trova riscontro nella reale comparsa di sintomi dopo averlo consumato. La discrepanza tra maldigestione oggettiva e intolleranza soggettiva è particolarmente marcata nei pazienti con Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS, Irritable Bowl Syndrome). Nei soggetti con IBS a predominanza diarroica (IBS-D), l’ingestione di dosi anche moderate di lattosio (20 g) può innescare una risposta immune mucosale. Evidenze bioptiche in questi pazienti hanno rivelato un aumento significativo di mastociti, linfociti intraepiteliali e cellule enterocromaffini nell’ileo terminale e nel colon destro, con rilascio di citochine pro-infiammatorie in risposta al disaccaride. Inoltre, la SIBO (Small Intestinal Bacterial Overgrowth) può simulare o aggravare l’IL, anticipando la fermentazione nel tenue. In questi fenotipi clinici, la sola restrizione del lattosio è spesso insufficiente; le evidenze indicano che l’IL in questi pazienti si inserisce in un quadro più ampio di intolleranza sistemica ai FODMAP (carboidrati a catena corta fermentabili), rendendo necessaria una dieta low-FODMAP globale per la risoluzione dei sintomi. Infine, occorre distinguere l’IL dall’allergia alle proteine del latte vaccino (CMPA, Cow’s Milk Protein Allergy) non IgE-mediata, che può innescare un’alterata motilità gastrointestinale.

Strategie di gestione dietetica e soglie di tolleranza

Secondo il panel NIH la stragrande maggioranza dei soggetti LNP tollera fino a 12-15 g di lattosio al giorno (l’equivalente di una tazza di latte), senza sviluppare sintomi rilevanti, se frazionati o assunti contestualmente ai pasti. 

Le diete di eliminazione radicale sono controindicate, per il rischio di deficit di calcio e Vitamina D, con conseguente riduzione della densità minerale ossea (BMD), particolarmente critica in età pediatrica e in post-menopausa. È essenziale istruire il paziente sull’uso di latticini naturalmente privi di lattosio, resi tali dal processo di stagionatura o fermentazione. Per tutelare il consumatore e arginare il problema del “lattosio nascosto” spesso usato nell’industria alimentare come additivo in salumi, prodotti da forno e farmaci, si sta diffondendo l’utilizzo di etichettature certificate, ad esempio il marchio internazionale Lfree. Un’allerta clinica riguarda l’abuso di bevande vegetali sostitutive, tra cui soia, mandorla, avena: ad eccezione delle bevande di soia fortificate, queste alternative presentano un profilo aminoacidico (DIAAS, Digestible Indispensable Amino Acid Score) inferiore, carenze in micronutrienti e, se usate in età pediatrica come sostituti primari, sono state associate a un deficit nell’accrescimento staturale.

Adattamento colonico: il lattosio come prebiotico

Sebbene la lattasi umana sia un enzima non inducibile, la tolleranza clinica può essere implementata attraverso l’adattamento del microbiota. L‘esposizione graduale al disaccaride agisce da prebiotico condizionale (indice prebiotico stimato: 5,75) induce uno shift metabolico e tassonomico del microbiota. Ciò favorisce la proliferazione di batteri lattici (Bifidobacterium, Lactobacillus) a discapito di Bacteroides e Clostridia, riducendo l’escrezione di idrogeno (H2) e la sintomatologia meteorica e diarroica. Simili esiti di induzione della tolleranza sono oggi ottenibili mediante l’uso terapeutico di prebiotici mirati, come i galatto-oligosaccaridi (GOS). L’integrazione enzimatica orale (lattasi esogena da Kluyveromyces lactis o Aspergillus oryzae) rappresenta un’ulteriore opzione, anche se gli studi clinici riportano un’efficacia variabile, influenzata dalla dose di lattosio e dalla forma farmaceutica.

Impatto delle diete ad alto contenuto di latticini sul microbioma

Un recente studio clinico randomizzato cross-over ha confrontato gli effetti di diete ad alto e a basso apporto di latticini (HDD, 5-6 porzioni/die vs LDD, ≤ 1 porzione/die) sul microbioma di adulti in sovrappeso. L’indagine ha rivelato:

  • che la diversità microbica globale (Indice di Shannon) rimane inalterata
  • specifiche alterazioni tassonomiche

Durante la dieta HDD si osserva un aumento marcato di Streptococcus thermophilus, derivante dal consumo di latti fermentati e yogurt. Il regime HDD ha indotto una significativa deplezione di Faecalibacterium prausnitzii, un eccesso di latticini, specialmente se concomitante a un basso apporto di fibre, può ridurre i livelli di questo importante produttore di butirrato, correlandosi a stati di costipazione transitoria e ridotta attività antinfiammatoria mucosale.

Implicazioni sistemiche: tra prevenzione e rischio oncologico

L’assunzione di latticini nei soggetti LNP ha ricadute sistemiche di interesse epidemiologico. Diversi studi ecologici e metanalisi confermano un effetto protettivo, modesto, ma significativo, del consumo di latticini contro il cancro del colon-retto. Se nelle popolazioni LP (tolleranti) questo beneficio è imputabile primariamente all’elevato apporto di calcio, nelle popolazioni LNP la protezione sembra essere garantita proprio dall’effetto prebiotico del lattosio che sfugge alla digestione, il quale modula positivamente il metaboloma colico. Al contrario, l’eccesso di derivati del latte è stato associato, seppur con meccanismi ancora dibattuti (possibile coinvolgimento dell’IGF-1), a un lieve incremento del rischio per il cancro alla prostata. I dati riguardanti gli esiti cardiometabolici (diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari) risultano per lo più neutri o debolmente protettivi negli studi osservazionali, sebbene gli studi di randomizzazione mendeliana che includono il genotipo della lattasi non confermino tali benefici.

In conclusione, la gestione clinica del paziente intollerante al lattosio si allontana dal dogma dell’eliminazione rigida. Un’introduzione controllata, che favorisca l’adattamento colonico, combinata con la scelta di latti fermentati, formaggi naturalmente delattosati e strategie low-FODMAP per i pazienti con IBS concomitante, rappresenta l’approccio più bilanciato per preservare il network microbico intestinale e garantire l’adeguatezza nutrizionale a lungo termine.

Contenuto realizzato in collaborazione con AILI – Associazione Italiana Latto-Intolleranti APS


Bibliografia

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Redazione
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