«Esiste una correlazione tra l’emergenza Covid-19 che stiamo vivendo e il microbiota intestinale?». È una domanda che sento sempre più spesso fare, a me e sul web. D’altra parte la domanda è più che lecita, è ragionevole pensare che un qualche tipo di legame ci sia anche se al momento è solo una ipotesi.

Certezze granitiche non ce ne sono. I dati che abbiamo, per quanto riguarda il coronavirus intendo, sono ancora troppo pochi e troppo parziali per poter trarre conclusioni sensate. Peraltro in una fase di emergenza è bene concentrarsi sull’emergenza. Ma alcuni punti possiamo già ora metterli sul tavolo, per una futura discussione.

Primo. L’Italia è tra i primi Paesi in Europa per consumo di antibiotici. Questo è un dato ormai consolidato da anni. Anche in Spagna e Francia è elevatissimo, l’anno scorso ne hanno addirittura consumati più di noi. Ora, giustamente le autorità sanitarie, quando si discutono questi dati, si preoccupano soprattutto dell’antibiotico resistenza, una problematica che lo scorso anno ha causato circa 10mila decessi solo in Italia.

Ma gli antibiotici sono noti per causare disbiosi intestinali importanti. E sappiamo benissimo che in condizioni di disbiosi il sistema immunitario non funziona al cento per cento. È plausibile dunque che l’abuso di antibiotici in questi tre paesi (Italia, Spagna, Francia) che guarda caso al momento sono tra i più colpiti dall’emergenza Covid-19, sia un fattore di rischio?

Secondo. Un dato che mi ha stupito fin dall’inizio, quando arrivavano i primi report dalla Cina, era quello sulle comorbidità presenti tra i decessi positivi a SARS-CoV-2. Diabete, ipertensione, fibrillazione atriale, demenza, ictus. Che c’entrano? Certo, possiamo immaginare che in condizioni cliniche critiche come quelle causate da Covid-19, avere anche queste patologie non aiuta di certo. Ma se invece fosse il contrario? Se non fosse la malattia in sé a rappresentare un fattore di rischio per il Covid-19, ma i farmaci che si assumono per tenerle a bada? Diversi studi ormai dimostrano che molti farmaci (metformina, statine, PPI, farmaci psichiatrici) alterano il microbiota intestinale. Anche in questo caso la domanda va posta: queste alterazioni aumentano il rischio di infezioni virali?

Terzo. L’età media di chi viene ricoverato per Covid-19, come quella di chi non ce la fa a superare la polmonite virale, è piuttosto elevata. Succede così anche per la normale influenza stagionale. Ma sarebbe interessante capire, dal momento che il microbiota intestinale dell’anziano è spesso chiamato “fragile”, impoverito soprattutto in termini di biodiversità, se anche qui esiste una correlazione. Sono sicuro che qualcuno, in qualche ospedale nel mondo, ci ha pensato e sta raccogliendo campioni fecali dei pazienti ricoverati per un futuro studio di correlazione che metta assieme tutti i pezzi di questo complicatissimo puzzle.

Quarto. Cosa possiamo imparare dal mondo animale (da cui proviene il SARS-CoV-2)? Molto, sicuramente. Uno studio italiano, uscito lo scorso agosto su Research in Veterinary Science ha scoperto che una forma mutata di coronavirus felini enterici (FCoV) può diffondersi inducendo sistematicamente peritonite infettiva (FIP) nei gatti.

Ma non solo: gli stessi ricercatori hanno analizzato il microbiota fecale in 15 gatti divisi in tre gruppi: sani, positivi a FCoV e affetti da FIP. E hanno osservato che esiste una correlazione tra specifici pattern del microbiota intestinale e la presenza di coronavirus e/o della malattia.

Abbiamo raccontato nei dettagli questa ricerca su Microbiomaveterinario.it nell’articolo Microbiota intestinale dei gatti: possibile ruolo nelle infezioni da coronavirus

Covid-19 e microbiota: serve tempo

Servirà tempo e tanta ricerca per capire se e in che modo il microbiota intestinale c’entra con l’epidemia in corso.

Ci vorranno tanti lavori seri e scrupolosi prima di poter dire se in tutto ciò è possibile fare prevenzione partendo da dieta e micronutrienti.

Bisognerà incrociare molti dati prima di poter dire che l’abuso di antibiotici è in qualche modo responsabile anche di questa tragedia.

E infine serve dedicare tempo e risorse alla ricerca di ceppi probiotici che possano migliorare l’efficienza del sistema immunitario. Esistono già in letteratura lavori molto interessanti che correlano l’uso di specifici ceppi e la riduzione del rischio di infezioni respiratorie. Ma sono convinto che nel giro dei prossimi mesi usciranno dai laboratori nuovi studi in questa direzione.

Cosa ci aspetta ora? Una cosa è certa, anzi due: da un lato ci sono decine di migliaia di italiani, positivi e sintomatici, a cui i medici hanno giustamente prescritto dosi massicce di antibiotici ad ampio spettro allo scopo di scongiurare coinfezioni batteriche. Dall’altro ci sono 60 milioni di italiani che hanno radicalmente cambiato le proprie abitudini da un giorno all’altro. Stare tutto il giorno in casa ciondolando tra il tavolo e il divano, niente più attività fisica, cambio di regime alimentare, stress. Sono tutti elementi che modificano, probabilmente in peggio, il microbiota intestinale.

Mettiamo insieme questi due fattori (antibiotici e reclusione) e facilmente capiamo quanto ci sarà bisogno, una volta finita l’emergenza, di ripristinare una condizione di eubiosi in tantissimi di noi. Come? Riprendendo a fare attività fisica, con la dieta, allentando le tensioni nervose, ma anche con una corretta e adeguata integrazione probiotica.