Ci lasciamo alle spalle un “annus horribilis”, impossibile da dimenticare. Per i lutti che ha segnato in tutto il mondo. Per la crisi economica e per quella “etichetta”, oramai diventata un brutto mantra, il new normal.

Mi sembra ieri: l’ultimo congresso sul microbioma a cui ho partecipato, a febbraio, è stato a Dublino. Mattina presto, un caffè nella hall dell’albergo, due chiacchiere con qualcuno, lo scambio rituale dei biglietti da visita. E poi nell’auditorium per il primo talk del giorno.

L’auspicio è che si torni presto all’old normal. Per il nostro benessere, anzitutto. Ma anche per dare valore alla ricerca sul microbioma, un ambito ancora relativamente giovane, che ha bisogno di crescere. E per farlo crescere sono fondamentali le relazioni umane tra tutti gli stake holder, gli scambi di opinioni tra i ricercatori, i sorrisi e le discussioni accese.

I risultati di Microbioma.it

Un effetto collaterale della pandemia è la maggiore attenzione verso il digitale, su questo non ci sono dubbi. Stando a un’indagine condotta in tutta Europa, nel Vecchio continente sono aumentate in modo significativo le ore che gli operatori sanitari (medici, farmacisti, nutrizionisti eccetera) hanno trascorso sul web. La maggior parte delle quali sono state dedicate all’aggiornamento e alla formazione. In Italia, gli health care professionals hanno aumentato del 146% le interazioni digitali.

Un dato che rileviamo anche sul nostro portale. Sono stati 1.700.000 gli articoli letti, con una crescita del 92% rispetto al 2019. Gli utenti totali sono stati 902 mila (+132%), con oltre 1.400.000 sessioni (+114%).

Numeri che testimoniano il grande interesse per la ricerca sul microbioma e il bisogno sempre crescente di maggiore qualità dell’informazione.

Non a caso l’articolo più letto quest’anno è una sintesi dello stato dell’arte della ricerca sul microbiota intestinale e Covid-19, con un’intervista ad Antonio Gasbarrini del Policlinico Gemelli di Roma. Lo trovate qui.

La ricerca sul microbioma non si è fermata: i dieci studi più significativi del 2020:

Nonostante le difficoltà che il mondo della ricerca sul microbioma, le aziende e tutti gli attori del microbiome space hanno dovuto affrontare in questi dieci mesi, i risultati in termini di novità sono stati parecchi.

Il primo che voglio segnalarvi è una review su come l’apparato gastrointestinale e il suo microbiota, nella gestione della pandemia da COVID-19, dovrebbe essere considerato una potenziale di sede di infezione e trasmissione. Ne abbiamo parlato qui.

Un’altra pietra miliare nella ricerca sul microbioma pubblicata quest’anno è un lavoro della Rockefeller University in cui Paul Muller e Daniel Mucida hanno indagato in che modo il microbiota intestinale influisce sui neuroni enterici. Il nostro articolo su questo paper è risultato il secondo più letto quest’anno, nonostante sia uscito soltanto a ottobre scorso. Un dato che rivela quanto l’asse intestino cervello sia un fronte caldo, di grande attualità. Su cui si riversano grandi aspettative.

Altro fronte interessante è la ginecologia. Sono tanti gli studi usciti quest’anno in questo ambito, vi segnalo questi due:

Il parto cesareo altera il microbiota intestinale e il sistema immunitario dei neonati  e Dieta in gravidanza: ecco gli effetti sul microbiota intestinale del neonato.

In ambito geriatrico, due lavori spiccano tra i tantissimi usciti quest’anno. Il primo che voglio segnalarvi individua una correlazione tra osteoporosi primaria e microbiota intestinale, il quale risulta alterato con arricchimento indei generi Dialister e Faecalibacterium. Da qui l’ipotesi che il suo monitoraggio e una sua eventuale correzione potrebbe rappresentare una valida opzione diagnostica e/o terapeutica.

Il secondo ritorna sul tema Alzheimer e intestino: Moira Marizzoni e Annamaria Cattaneo dell’Istituto Fatebenefratelli di Brescia, hanno pubblicato su Journal of Alzheimer’s Disease i risultati di uno studio in cui dimostrano che gli acidi grassi a catena corta come acetato, valerato o butirrato, e i lipopolisaccaridi prodotti da determinati ceppi batterici intestinali sembrerebbero funzionare da mediatori tra disbiosi intestinale e patologia amiloide tipica della condizione di Alzheimer. Trovate l’articolo qui.

Come sempre, farla da padrone, è la ricerca in ambito gastroenterologico. Tra i tantissimi studi usciti mi preme segnalarvi questi:

Celiachia: modulare il microbiota intestinale per “spegnere” l’infiammazione, un lavoro della McMaster University di Hamilton, in Canada, in cui i ricercatori hanno osservato che uno specifico metabolita microbico del triptofano si lega a recettori che possono innescare una risposta immunitaria nell’intestino.

Malattie epatiche: test del microbiota potrebbe facilitare la diagnosi precoce, in cui si descrive uno studio pubblicato su Cell Metabolism in cui è stata identificata una firma microbica in grado di individuare la cirrosi in persone con background genetico e provenienza geografica differente.

A cavallo tra gastroenterologia e immunologia, il lavoro che abbiamo raccontato nell’articolo Scoperto batterio intestinale che regola la risposta immunitaria alle infezioni virali in cui i ricercatori della Harvard Medical School di Boston (USA) hanno riportato su Cell come il microbiota intestinale sembra influenzare la resistenza antivirale dell’ospite.

Infine un lavoro molto suggestivo pubblicato da Nobuhiko Kamada della University of Michigan secondo cui le malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD), malattia di Crohn e colite ulcerosa, potrebbero non essere altro le manifestazioni intestinali di una disfunzione del cavo orale. Qui trovate la nostra sintesi.

Nell’augurare a tutti i nostri lettori un sereno e proficuo 2021, da parte nostra possiamo assicurare l’intenzione di continuare anche per il prossimo anno a fornire un’informazione scientifica di qualità e basata su solide evidenze.

In un periodo come quello attuale, in cui le opinioni sembrano prevalere sui dati, preferiamo continuare sulla strada delle evidenze scientifiche.

Non andremo mai alla ricerca della “notizia bomba”: preferiamo raccontare quello che ogni giorno, dai centri di ricerca e dagli ospedali di tutto il mondo, viene pubblicato sul microbioma. Un sapere che si accumula paper dopo paper, mattone dopo mattone. Con la ferma convinzione che solo così si possa fare “buona informazione”.