Intestino irritabile: nuovi probiotici agiscono su sintomi e cause

23 maggio 2018

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La somministrazione di probiotici per trattare la sindrome dell’intestino irritabile è fondamentale per ripristinare il microbiota alterato e riparare la barriera intestinale danneggiata e infiammata.

È di questo che si è parlato durante la tavola rotonda “Trattamento dell’IBS e probiotici mirati: cosa c’è di nuovo?” agli IBD Days di Bologna, promossa da Biocure – gruppo PiLeje, leader francese nel settore degli integratori.

«Esiste un asse neuroendocrino che porta informazioni dall’intestino all’encefalo, il quale a sua volta condiziona la funzionalità digestiva – ha spiegato Vincenzo Stanghellini, ordinario dell’Università di Bologna –. La sindrome dell’intestino irritabile è un problema di microbiota e di barriera intestinale, ma anche di violenze infantili, di sedentarietà e di fragilità psichica. Un problema che riguarda in prevalenza persone con meno di cinquant’anni e di sesso femminile che hanno una storia, soprattutto in età infantile, di gastroenteriti, le quali hanno probabilmente danneggiato in parte irreversibilmente la barriera intestinale, quel sottile ma cruciale strato di cellule, muco e microbiota intestinale che separa il lume intestinale dal resto dell’organismo».

«Anche se non è possibile individuare oggi la composizione ideale del microbiota intestinale di una persona sana, la cosiddetta eubiosi, è noto che molti sono i fattori e le circostanze capaci di alterare il profilo microbico, inducendo una disbiosi cronica – ha aggiunto Antonio Gasbarrini, gastroenterologo del Policlinico Gemelli e ordinario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma –. Questa si esprime con segni e sintomi di malattia, per esempio la sindrome dell’intestino irritabile, che viene di solito curata intervenendo sui sintomi, ma ignorando del tutto lo stato del microbiota. È necessario invece intervenire innanzitutto direttamente sulla disbiosi con l’integrazione di prebiotici, cioè sostanze utilizzate elettivamente dalla flora intestinale, che ne risulta modificata, o probiotici mirati sullo specifico disturbo, possibilmente personalizzati, vera novità per il trattamento della sindrome dell’intestino irritabile».

«In passato l’IBS era erroneamente identificato con un vago disturbo intestinale legato allo stress – ha precisato Giovanni Barbara, gastroenterologo e docente dell’Università di Bologna –. In realtà è una malattia che riconosce specifici meccanismi patogenetici e un inquadramento clinico ben preciso. Nello specifico, il settore anatomico cruciale per questa malattia è la barriera intestinale, costituita da cellule affiancate che devono far passare i nutrienti ma allo stesso tempo deve impedire il passaggio di agenti nocivi e microorganismi, quindi deve funzionare selettivamente. Quando questo non avviene, si verificano alterazioni che provocano uno stato infiammatorio locale. Questa malattia pertanto ha una chiara dimostrazione microscopica, ma si accompagna a sintomi macroscopici, di grande impatto e di disturbo su chi ne soffre. La ‘micro’ azione dei probiotici, quindi, è in grado di prevenire e riparare questo danno alla barriera».

«Nell’ambito degli interventi non farmacologici per l’IBS, l’utilizzo dei probiotici è raccomandato dalle linee guida internazionali grazie all’azione mirata e clinicamente dimostrata di specifici ceppi sui sintomi – conclude Angèle Guilbot, Scientific Manager PiLeJe -. Per questo la nostra azienda, da venticinque anni attiva nello sviluppo di probiotici innovativi, ha studiato diversi prodotti mirati: in particolare, per l’IBS-C, caratterizzata da costipazione predominante, viene proposto un probiotico a base di quattro ceppi specifici, Lactibiane Reference, mentre per l’IBS- D (con diarrea predominante), viene proposto Lactibiane Tolerance, con cinque ceppi probiotici specifici. Come consigliato dagli esperti, per ciascuna situazione clinica viene proposta una soluzione mirata».

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