Parodontite, batteri e funghi: l’acido ialuronico rimodella il microbiota subgengivale

Una formulazione topica contenente acido ialuronico, perossido di idrogeno e glicina potrebbe favorire, nel breve termine, il passaggio da un ecosistema subgengivale disbiotico a una configurazione più vicina a quella osservata nei siti periodontalmente sani. È quanto emerge da uno studio pilota realizzato da Chiara Gini, Marco Farronato, Arianna Manunza, Giulia Ravasi, Pamela Abbruscato, Erna Cecilia Lorenzini e Alessandra Stella, coordinato dal dipartimento di Scienze biomediche, chirurgiche e odontoiatriche dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Dentistry, ha analizzato contemporaneamente la componente batterica e quella fungina del microbiota subgengivale. L’approccio cross-kingdom ha permesso di osservare non soltanto la riduzione di alcuni microrganismi associati alla parodontite, ma anche le possibili relazioni ecologiche tra batteri commensali e funghi opportunisti.

La parodontite come disbiosi di un ecosistema complesso

La parodontite è una patologia infiammatoria multifattoriale caratterizzata dalla progressiva distruzione dei tessuti di sostegno del dente. Il processo non dipende semplicemente dalla presenza di singoli patogeni, ma dall’instaurarsi di una comunità microbica disbiotica capace di alterare la risposta immunitaria dell’ospite e di sostenere un ambiente infiammatorio cronico.

Nelle tasche parodontali, la perdita di integrità della barriera epiteliale, l’aumento del fluido crevicolare e la ridotta disponibilità di ossigeno favoriscono comunità ricche di microrganismi anaerobi. La maggiore profondità della tasca contribuisce a sua volta a mantenere condizioni adatte alla crescita di questi taxa, creando un circuito che può stabilizzare la disbiosi.

Gran parte della letteratura e della pratica clinica si è tradizionalmente concentrata sui batteri. La cavità orale ospita però anche virus, archea e funghi, che interagiscono tra loro attraverso fenomeni di cooperazione, competizione e scambio metabolico. Il micobioma orale comprende generi commensali, microrganismi transitori e lieviti opportunisti, tra cui Candida.

Le interazioni tra regni microbici possono avere conseguenze rilevanti. Alcune specie fungine possono contribuire alla struttura del biofilm, modificare il microambiente e proteggere determinati batteri dallo stress ossidativo. In altri casi, la presenza di batteri commensali può limitare la disponibilità di nutrienti e spazio per i funghi opportunisti. Trattare la parodontite significa quindi intervenire su una rete ecologica, non esclusivamente eliminare una lista di patogeni.

Una formulazione progettata per agire sul microbiota e sui tessuti

La formulazione valutata nello studio, identificata come BMG0703A, associa acido ialuronico, perossido di idrogeno e glicina. Secondo il razionale proposto dagli autori, le tre componenti potrebbero esercitare attività complementari.

L’acido ialuronico è un glicosaminoglicano presente nella matrice extracellulare e coinvolto nei processi di idratazione, riparazione e omeostasi tissutale. Alcuni dati sperimentali suggeriscono inoltre che, a determinate concentrazioni, possa interferire con l’adesione e la colonizzazione di Candida albicans.

Il perossido di idrogeno esercita invece un’attività antimicrobica mediata dalla produzione di specie reattive dell’ossigeno. Nel contesto della tasca parodontale, la sua azione potrebbe non limitarsi alla riduzione della carica microbica: l’aumento dello stress ossidativo e della disponibilità locale di ossigeno può rappresentare una pressione selettiva sfavorevole per i batteri anaerobi obbligati.

La glicina è stata inserita per le sue caratteristiche di biocompatibilità e per il possibile supporto alla barriera epiteliale e ai processi riparativi. Lo studio non ha tuttavia misurato direttamente gli effetti cellulari o funzionali delle singole componenti, per cui il contributo specifico di ciascuna sostanza resta da definire.

Lo studio su batterioma e micobioma subgengivale

Il trial prospettico randomizzato con disegno split-mouth ha coinvolto 13 adulti con parodontite, nove donne e quattro uomini, con un’età media di 58,1 anni. I partecipanti erano candidati a trattamento ortodontico, temporaneamente rinviato per la presenza di tasche parodontali attive.

In ogni paziente sono stati confrontati un sito interessato da tasca parodontale e un’area clinicamente sana utilizzata come controllo interno. La formulazione è stata applicata localmente due volte al giorno per sette giorni, per circa due minuti. I campioni di placca subgengivale sono stati raccolti prima dell’intervento e al termine della settimana di trattamento.

Per caratterizzare il batterioma, i ricercatori hanno sequenziato la regione V3-V4 del gene 16S rRNA. Il micobioma è stato analizzato attraverso il sequenziamento della regione ITS2. Complessivamente sono stati esaminati 52 campioni, con una profondità di sequenziamento ritenuta sufficiente a rappresentare la maggior parte della diversità microbica presente.

Il disegno split-mouth ha consentito di ridurre l’effetto della variabilità interindividuale, particolarmente elevata negli studi sul microbiota. I modelli statistici hanno inoltre considerato il paziente come effetto casuale, distinguendo le variazioni generali nel cavo orale dagli effetti specifici osservati nelle tasche.

Meno anaerobi e aumento di Rothia

Al basale, le tasche parodontali mostravano una maggiore abbondanza di generi anaerobi rispetto ai siti sani. Tra questi figuravano Peptostreptococcus, presente nel 3,68% della comunità contro l’1,17% delle aree sane, Olsenella, riscontrato rispettivamente al 3,15% e allo 0,98%, e Parvimonas, al 4,13% contro il 2,17%.

Dopo sette giorni, Olsenella è diminuita nelle tasche dal 3,15% all’1,18%, mentre Peptostreptococcus è passato dal 3,68% al 2,34%. L’analisi differenziale ha evidenziato inoltre una riduzione di altri taxa anaerobi o associati alla disbiosi, tra cui Dialister, Mogibacterium, Atopobium e Megasphaera.

Parallelamente è aumentato il genere Rothia, comunemente presente nel cavo orale sano. Nelle tasche la sua abbondanza relativa è quasi raddoppiata, passando dall’11,91% al 22,68%. Nei siti sani è salita dal 14,87% al 31,43%. In particolare, Rothia dentocariosa ha mostrato uno degli incrementi più consistenti tra le specie analizzate.

Secondo gli autori, questi cambiamenti potrebbero indicare una transizione verso un profilo più aerobico. Il perossido di idrogeno potrebbe aver esercitato una pressione maggiore sugli anaerobi, lasciando spazio a microrganismi più tolleranti all’ossigeno. Non si tratterebbe quindi di una semplice riduzione indiscriminata del microbiota, ma di una riorganizzazione della comunità.

Nelle tasche è diminuita anche la diversità alfa del batterioma, inizialmente più elevata rispetto ai siti sani. Nel microbiota orale, una maggiore diversità non rappresenta necessariamente un vantaggio: nella parodontite può riflettere l’accumulo di numerosi taxa anaerobi e proteolitici all’interno della tasca. Dopo il trattamento, ricchezza e indice di Shannon si sono avvicinati ai valori delle aree sane.

Il micobioma si normalizza e diminuisce la Candida

L’analisi fungina ha restituito un quadro differente, ma complementare. Il micobioma subgengivale era dominato soprattutto da Malassezia, Candida e Saccharomyces. Prima del trattamento, Candida rappresentava il 22,8% della comunità fungina nelle tasche e il 19,5% nei siti sani.

Dopo una settimana, l’abbondanza relativa del genere è scesa al 9,1% nelle tasche e al 9,2% nei controlli. Tra le specie che hanno mostrato le riduzioni più evidenti figura Candida dubliniensis, con una dimensione dell’effetto elevata nel sito patologico.

Alla diminuzione di Candida si è accompagnato un aumento di Malassezia, passata dal 39,2% al 45,5% nelle tasche e dal 37,5% al 53,5% nei siti sani. Malassezia è frequentemente rilevata nel micobioma orale di soggetti sani, anche se la sua funzione nel cavo orale non è ancora completamente definita.

A differenza del batterioma, la ricchezza fungina complessiva non è cambiata. È aumentata invece l’uniformità della comunità, misurata attraverso l’indice di Shannon. Al basale, le tasche presentavano una diversità fungina inferiore, coerente con il predominio di pochi taxa, tra cui Candida. Dopo il trattamento, i valori sono diventati indistinguibili da quelli dei siti sani.

L’analisi della beta diversità ha confermato una riorganizzazione significativa della struttura del micobioma. Questo risultato è rilevante perché suggerisce che la componente fungina possa rispondere rapidamente a un intervento locale e non costituisca un elemento statico della nicchia parodontale.

Le interazioni cross-kingdom come possibile bersaglio terapeutico

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda l’analisi delle correlazioni tra batteri e funghi. I ricercatori hanno identificato associazioni negative tra alcuni batteri aumentati dopo il trattamento e specifici taxa fungini. Duganella e Comamonas, per esempio, risultavano inversamente correlate con il fungo Hypholoma fasciculare, mentre altri batteri mostravano relazioni negative con lieviti quali Starmerella stellata e Saccharomyces bayanus.

Sono emerse anche correlazioni positive potenzialmente riconducibili a consorzi disbiotici. Atopobium, genere anaerobio associato a condizioni patologiche del cavo orale, era correlato positivamente con Aureobasidium pullulans. Veillonella, microrganismo che può svolgere una funzione di collegamento nella maturazione del biofilm dentale, era associata a Trametes versicolor.

Le correlazioni non dimostrano rapporti di causalità o interazioni metaboliche dirette. Indicano però che il recupero di una comunità batterica più compatibile con la salute potrebbe ridurre le opportunità ecologiche disponibili per alcuni funghi. La modulazione del batterioma e quella del micobioma potrebbero quindi rappresentare due manifestazioni coordinate dello stesso processo.

Riduzione della profondità di sondaggio dopo sette giorni

Sul piano clinico, la profondità media di sondaggio nelle tasche si è ridotta di 1,46 ± 1,3 millimetri dopo una settimana. La variazione è risultata statisticamente significativa, mentre nei siti sani il parametro è rimasto stabile.

Il risultato suggerisce una risposta clinica precoce e localizzata. Deve però essere interpretato con prudenza: una variazione della profondità di sondaggio osservata in un intervallo così breve può riflettere la riduzione dell’infiammazione e dell’edema più che una reale rigenerazione dei tessuti di sostegno.

Lo studio ha inoltre valutato principalmente la profondità di sondaggio, senza fornire una caratterizzazione completa di parametri quali sanguinamento al sondaggio, livello di attacco clinico, indici di placca o marcatori infiammatori. Non è quindi possibile stabilire sulla base di questi dati se la formulazione produca benefici clinici duraturi o modificazioni strutturali del parodonto.

Un possibile supporto, non un’alternativa alla terapia meccanica

I risultati possono avere particolare interesse nei pazienti che devono iniziare un trattamento ortodontico. L’applicazione di forze ortodontiche in presenza di infiammazione attiva e disbiosi parodontale può aumentare il rischio di perdita di attacco e compromettere la stabilità del trattamento. Un intervento capace di ridurre rapidamente l’infiammazione potrebbe quindi contribuire alla fase di preparazione del paziente.

La formulazione non deve tuttavia essere considerata un sostituto della levigatura delle radici e la pulizia profonda, del controllo professionale del biofilm o delle procedure previste dalle linee guida parodontali. Gli stessi autori la propongono come potenziale strategia aggiuntiva alle terapie tradizionali.

Il campione era composto da soli 13 pazienti e il follow-up si è limitato a sette giorni. Inoltre, tutti i partecipanti avevano ricevuto istruzioni standardizzate di igiene orale, che potrebbero aver contribuito sia al miglioramento clinico sia alle modificazioni del microbiota. Mancava anche un confronto diretto con un placebo o con antisettici e trattamenti già validati.

Saranno pertanto necessari studi randomizzati su popolazioni più ampie, con valutazioni a tre-sei mesi e analisi funzionali in vitro. Sarà importante chiarire la persistenza dei cambiamenti, il contributo delle singole componenti e l’eventuale effetto aggiuntivo rispetto alla sola terapia meccanica.

Nel complesso, la ricerca sposta l’attenzione dalla semplice eliminazione dei patogeni alla possibilità di “riarmonizzare” la nicchia subgengivale. L’osservazione simultanea di batteri e funghi mostra come la risposta a un trattamento parodontale possa coinvolgere l’intera rete microbica. È una prospettiva promettente, ma ancora da tradurre in indicazioni cliniche consolidate.

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