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Ecco come gli inibitori di pompa protonica alterano il microbiota intestinale

Gli inibitori di pompa protonica (PPI) sono farmaci che hanno svolto una grandissima rivoluzione per la patologia ulcerativa gastrica e duodenale, la malattia da reflusso gastroesofageo e l’eradicazione di Helicobacter pylori.

Questi farmaci sopprimono l’ambiente acido-gastrico, principale “porta di sterilizzazione” di ciò che viene ingerito. Sono pochi, infatti, i batteri in grado di sopravvivere in questo ambiente. E ciò va a svantaggio soprattutto dei lattobacilli, batteri acidofili molto importanti per la salute umana.

Leggi anche l’articolo, a cura del Dott. Furnari, su farmaci e disbiosi intestinale

In questo contesto i probiotici rappresentano un valido alleato nell’associazione con i PPI perché permettono di andare a rafforzare o rimpiazzare i gruppi batterici ridotti dall’inibizione della secrezione acida.

Ma quali sono le caratteristiche che il probiotico deve avere in termini sicurezza e di efficacia?

Come ci spiega Manuele Furnari, gastroenterologo presso il Policlinico San Martino di Genova, «il probiotico deve essere in grado resistere alla secrezione acida, ai sali biliari, attecchire nell’intestino e resistere alla terapia antibiotica. Questa resistenza, però, non deve essere trasferita ad altri batteri, soprattutto i patogeni. Inoltre devono essere garantite da una parte la stabilità del probiotico dalla produzione all’acquisto da parte del consumatore, dall’altra la presenza del ceppo indicato sulla confezione.»

«Il farmacista – continua Furnari – ha un ruolo fondamentale perché permette di contrastare la tendenza dei pazienti ad autoprescriversi le terapie, può rafforzare la prescrizione del medico suggerendo il corretto utilizzo del farmaco ed è in grado di riconoscere le situazioni di rischio disbiosi soprattutto nel paziente pouch-sintomatico raccomandando l’utilizzo del corretto probiotico

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