La prevalenza dell’insicurezza alimentare peggiora ogni anno di più, attestandosi, ad oggi, al 22,6%. Nel 2024, più di 295 milioni di persone in 53 Paesi e territori hanno sperimentato livelli acuti di fame, con un aumento elevato tra i bambini sotto i cinque anni (circa 38 milioni) nella Striscia di Gaza, in Mali, Sudan e Yemen.
In questo scenario drammatico, un team di ricercatori dell’Università dell’Iowa, in collaborazione con l’Università del Wisconsin, ha deciso di esplorare l’impatto dell’accesso limitato al cibo sulla salute del microbiota intestinale e sul rischio di declino cognitivo (RCI). Shoshannah Eggers e colleghi hanno analizzato i dati di 360 partecipanti allo studio Survey of the Health of Wisconsin relativi a insicurezza alimentare, RCI e sequenziamento dell’RNA 16S da campioni fecali. La composizione microbica implicata nell’esito cognitivo avverso era costituita da Eisenbergiella o Eubacterium tra i partecipanti in condizioni di incertezza alimentare mentre, nel gruppo opposto, da Ruminococcus torques, Bacteroides, CAG-352F e/o Eubacterium.
Declino cognitivo, tra stress e microbioma
Tra i potenziali meccanismi implicati nel declino cognitivo c’è l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), implicato nella regolazione dello stress, che comporta il rilascio di ormoni che si legano ai recettori in regioni chiave del cervello associate all’umore e alle funzioni cognitive.
Una seconda ipotesi, più recente, riguarda il ruolo dell’asse intestino-cervello. Ad esempio, una flora batterica alterata riduce la produzione di metaboliti benefici, come gli acidi grassi a catena corta (SCFA), che promuovono l’integrità della barriera epiteliale, con il conseguente ingresso di metaboliti batterici – tra cui l’endotossina e il lipopolisaccaride – nel sistema circolatorio. La successiva attivazione della risposta infiammatoria che può estendersi fino al cervello, predispone a un maggior rischio di sviluppare demenza e declino cognitivo.
Due gruppi microbici principali indagati
Uno dei primi aspetti osservati nello studio è stata la scarsa correlazione tra diversità alfa e RCI in entrambe le coorti. In base al sequenziamento dell’rRNA 16S, due erano i gruppi microbici principali. Il primo, costituito da Eisenbergiella e/o Eubacterium, era presente nel 25% dei partecipanti in condizioni di insicurezza alimentare e in una proporzione simile tra coloro con accesso stabile al cibo.
Il secondo, invece, comprendeva Ruminococcus torques, Bacteroides, CAG-352F e/o Eubacterium ed è stato riscontrato in circa un terzo dei soggetti di ciascun gruppo, ma con una forte associazione all’incremento del deficit cognitivo nel gruppo con iniscurezza alimentare.
La maggior parte dei taxa identificati sono noti per scomporre molecole complesse che altri, come R. torques, metabolizzano, oppure per svolgere anche il ruolo di utenti finali utilizzando, ad esempio, zuccheri semplici come nel caso di Bacteroides. Le specie Eubacterium scindono invece carboidrati intermedi come l’acetato e il lattato, prodotti da altri batteri, in butirrato e propionato. Studi precedenti hanno trovato relazioni tra i cambiamenti nel microbiota e la comparsa di stati neurodegenerativi come la demenza, ma il ruolo di generi come Eubacterium ed Eisenbergiella è ancora dibattuto, poiché sono emersi come fattori sia di rischio sia di protezione.
Conclusioni
I risultati confermano il ruolo dell’incertezza alimentare nel favorire la disbiosi e il rischio di declino cognitivo (RCI). Tuttavia, si tratta di un’area di ricerca nuova, che necessita di ulteriori studi che considerino anche il ruolo di altre variabili, tra cui i fattori ambientali come lo stress, la quantità del sonno, l’inquinamento, le esposizioni professionali pericolose e la mancanza di spazi verdi.
