Al momento l’unica già attiva in Italia si trova a Roma, all’interno del Policlinico Universitario A. Gemelli. Ma è molto probabile che nel giro di poco ne nasceranno altre.

Sono le cosiddette microbiome clinic, le cliniche dei microbi. Strutture che riuniscono specialisti di diversa estrazione con un unico obiettivo: aiutare i clinici a gestire tutte le patologie, e non sono poche, che hanno in qualche modo a che fare con il microbioma.

L’appello a creare ambulatori dedicati all’interno degli ospedali arriva dalla Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige).

«Il microbiota intestinale, un complesso di un enorme numero di specie microbiche che abitano il nostro intestino, è una rete incredibilmente complessa di microbi che, interagendo, giocano un ruolo cruciale non solo nella digestione, ma anche in tutte le funzioni dell’organismo e nella difesa immunitaria» spiega Antonio Craxì, presidente Sige. «Questa rete influenza le funzioni endocrine e ha effetti persino sul sistema nervoso centrale» aggiunge «e un numero sempre più consistente di studi non lascia dubbi in merito al fatto che una composizione diversificata ed equilibrata del microbiota è fondamentale per il nostro benessere”.

 La ricerca sul microbioma sta rivoluzionando la medicina

Quella dello studio del microbiota intestinale e delle patologie correlate è una delle aree della gastroenterologia più in crescita in assoluto, e l’Italia è all’avanguardia nel mondo sia dal punto di vista della ricerca, sia sotto il profilo della clinica.

Molti la chiamano “microbiome revolution”, proprio per indicare il fatto che i risultati di questi studi stanno cambiando tutte le attuali conoscenze sul funzionamento degli organi a contatto con l’esterno (apparato digerente, pancreas, fegato, polmone, apparato genito-urinario), le cui superfici sono colonizzate da comunità microbiche fin dall’infanzia.

Il microbiota interviene su tanti aspetti fisiopatologici, ma due effetti sono di particolare interesse: il metabolismo (direttamente o attraverso l’interazione con il nostro apparato endocrino) e il sistema immunitario.

Per questo le patologie su cui potrebbe presto essere possibile intervenire modificando il microbiota sono tantissime: dalle patologie infiammatorie dell’apparato digerente all’artrite reumatoide, dalla sclerosi multipla al Parkinson e l’Alzheimer, dalla colangite sclerosante alla pancreatite cronica, dall’obesità alla sindrome metabolica.

In più sta emergendo un importante ruolo del microbiota nella progressione delle malattie oncologiche e nella risposta ai nuovi farmaci immunoterapici (come ipilimumab e nivolumab).

«L’interesse in campo oncologico è enorme» sottolinea Antonio Gasbarrini, direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli e presidente della sezione Lazio della Sige.

A cosa serve l’identikit del microbiota

Si parla sempre più spesso di medicina di precisione. E le ricerche sul microbioma sono certamente un importante capitolo di questo processo. Ma è fondamentale essere sempre concreti.

Per esempio, oggi è possibile chiedere la caratterizzazione metagenomica del proprio microbiota, quantomeno di quello fecale.

A eseguire queste analisi sono aziende o spin-off universitari che attraverso tecniche di next generation sequencing disegnano l’identikit del microbiota intestinale.

I referti sono però molti complessi e descrivono la composizione del microbiota in termini di phyla, di famiglie, di specie.

Il problema è che, una volta acquisito il profilo metagenomico del microbiota, cosa possiamo farci? Siamo in grado di interpretarlo e di modularlo? E se si come? Siamo cioè in grado di capire se per quella patologia specifica o quel determinato profilo debba essere modificato? E in che modo?

È proprio questo lo spazio nel quale si inserisce una microbiome clinic, un ambulatorio che dovrebbe essere gestito da clinici, in particolare gastroenterologi, che conoscano molto bene la patogenesi delle malattie e siano aggiornati sugli studi scientifici che sono sempre più numerosi sull’argomento. Ma non solo: per essere davvero multidisciplinare, la microbiome clinic dovrebbe poter contare anche sulle conoscenze ed expertise di microbiologi clinici, infettivologi e nutrizionisti.

Quali patologie si curano modificando il microbiota?

Quali malattie si possono attualmente trattare modificando la composizione del microbiota? Oggi c‘è soltanto un intervento di validità riconosciuta in clinica, il trapianto di microbiota per il trattamento della colite da Clostridium difficile antibiotico-resistente, che può essere ripetuto anche più volte, sulla base della gravità della malattia.

«Nel prossimo futuro, grazie ai dati molto interessanti che si stanno ottenendo, si potrebbe intervenire sulla colite ulcerosa, per la quale sono in corso studi randomizzati controllati che dimostrano che, se si identifica la biomassa ottimale, si riesce a mandare in remissione questa patologia» evidenziano i due gastroenterologi.

In questo senso, un compito molto importante delle microbiome clinic sarà identificare i donatori di microbiota da utilizzare per le varie patologie, incluse le malattie infettive antibiotico-resistenti.

Il microbiota può essere modulato anche con l’alimentazione e con i probiotici. Oggi sappiamo che alcuni probiotici hanno evidenze di efficacia di grado A nella diarrea da antibiotici, in quella infettiva non batterica, nella pouchite del paziente con colite ulcerosa.

Al momento però utilizziamo uno stesso ceppo probiotico per diverse patologie e su persone diverse. In un futuro non lontano, quando disporremo dei profili metagenomici del microbiota delle varie persone, saremo anche in grado di prescrivere un cocktail di probiotici ‘su misura’. Già oggi, nel paziente con intestino irritabile e stipsi, che sappiamo completamente privo di Bifidobatteri, è giustificato utilizzare un probiotico tutto a base di Bifidobatteri per migliorare il quadro clinico di questi pazienti.

Inoltre, potremmo presto avere a disposizione i profili metagenomici di tutte le malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla, e quelli dei pazienti oncologici che devono assumere immunoterapie.

Nel futuro dunque vedremo tante applicazioni della microbiome clinic nel mondo del metabolismo, dell’obesità, del diabete di tipo 2, delle malattie auto-infiammatorie digestive ed extra-digestive, nel mondo dell’oncologia in generale.

La medicina personalizzata è appena iniziata.

La microbiome clinic per prevenire i rischi del “fai da te”

Una delle preoccupazioni maggiori, in questo momento, è il rischio che si affaccino i classici ciarlatani che lucrano sulla salute e sulle speranze delle persone.

«È importante intercettare i progressi della ricerca in questo campo» sottolineano i gastroenterologi «per farli gestire da persone competenti e non lasciarli in balia di soggetti mossi solo da motivazioni di marketing. La tentazione per un paziente affetto da Parkinson di affidarsi a chi promette di curare la sua patologia con diete, probiotici o degli integratori può essere molto grande».

Il counselling dello specialista è fondamentale. Come nel campo della genetica, dove ci sono aziende che vendono l’analisi dei geni per poi lanciarsi in interpretazioni fantasiose su malattie che possono venire, creando ansie pericolose nei pazienti patofobici, così nel caso del microbioma potrebbe succedere presto qualcosa del genere, del tipo ‘dimmi che microbi hai e ti dirò cosa fare’.

«È chiaro che questo potrà essere appannaggio soltanto di persone esperte sia in una data malattia, sia nell’analisi di quel profilo, genomico o metagenomico non cambia più di tanto» aggiungono gli esperti Sige.

«Ed è estremamente importante che i medici si aggiornino per non lasciare spazio ai ciarlatani del web, che possono inserirsi in dinamiche pericolosissime per i consumatori finali; si sono già sentite storie del tipo che lo zafferano e la curcuma possono modulare certi tipi di batteri e quindi vanno presi da tutti, tutti i giorni. È un pericolosissimo buco di comunicazione e le microbiome clinic potrebbero aiutare l’utente finale a muoversi in maniera corretta e a dire con grande onestà, quando non ci sono ancora delle risposte, ‘non sappiamo ancora cosa fare, meglio attendere’» concludono i due gastroenterologi.