IBD: diagnosi non invasive grazie ad analisi del microbiota intestinale

Un recente studio ha valutato l’affidabilità di un nuovo test diagnostico basato sul microbiota per la diagnosi delle malattie infiammatorie intestinali (IBD) in modo non invasivo, identificando i diversi pathway metabolici e le firme microbiche che caratterizzano la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. 

Lo studio, condotto da Jiaying Zheng e colleghi della University of Hong Kong e pubblicato su Nature Medicine, ha identificato alterazioni riproducibili del microbiota attraverso l’analisi di circa 4400 campioni fecali ottenuti da pazienti con IBD e da individui sani provenienti da tutto il mondo. 

Sulla base di queste informazioni, i ricercatori hanno sviluppato un modello diagnostico per discriminare la colite ulcerosa e il morbo di Crohn dai controlli. I principali passaggi e risultati di questo studio, a partire dalla caratterizzazione delle alterazioni microbiche intestinali associate alle IBD, sono descritti di seguito.

Analisi metagenomica

I dati metagenomici di 4406 campioni di 13 coorti di IBD provenienti da tutto il mondo hanno consentito l’identificazione di 1175 taxa, di cui 674, 637 e 506 specie batteriche sono state assegnate rispettivamente ai gruppi colite ulcerosa, morbo di Crohn e controllo.

I pazienti appartenenti ai primi due gruppi hanno mostrato una diminuzione della diversità e della ricchezza microbica rispetto ai controlli. Le IBD sono risultate associate al 2,2% di alterazione microbica, mentre età e sesso rispettivamente allo 0,28% e allo 0,29%.

L’analisi del microbiota intestinale ha mostrato differenze significative a livello di phylum tra i controlli e i pazienti con IBD.

Il confronto tra i gruppi colite ulcerosa e morbo di Crohn ha anche suggerito la presenza di specie batteriche specifiche per le singole malattie. In particolare, dai dati ottenuti è emerso:

  • un arricchimento di 15 specie nel gruppo colite ulcerosa e una riduzione di 48 specie nel gruppo morbo di Crohn
  • livelli inferiori di Bacteroidetes e di alcune specie antinfiammatorie nei pazienti con morbo di Crohn
  • maggiori livelli di E. coli e Streptococcus nei pazienti con morbo di Crohn ma non in quelli con colite ulcerosa.

I ricercatori hanno quindi sviluppato un modello diagnostico utilizzando:

10 specie batteriche come biomarcatori per la colite ulcerosa, delle quali quattro arricchite (Gemella morbillorum, B. hansenii, Actinomyces sp. oral taxon 181 e C. spiroforme) e sei ridotte (C. leptum, F. saccharivorans, G. formicilis, R. torques, Odoribacter splanchnicus e Bilophila wadsworthia)

– 9 specie batteriche come biomarcatori per il morbo di Crohn, delle quali tre arricchite (B. fragilis, E. coli e Actinomyces sp. oral taxon 181) e sei ridotte (R. inulinivorans, B. obeum, Lawsonibacter asaccharolyticus, Roseburia intestinalis, Dorea formicigenerans ed Eubacterium sp. CAG: 274). 

Colite ulcerosa e morbo di Crohn

Applicando uno specifico algoritmo, le specie menzionate hanno permesso di distinguere i pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn dai controlli con un intervallo di confidenza del 95%. 

I ricercatori hanno poi focalizzato l’attenzione sulle funzioni metaboliche, identificando 545 pathway disregolati nei pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn. In particolare:

  • i pathway di degradazione delle ammine e delle poliammine, gli acidi grassi e la biosintesi dei lipidi hanno mostrato un marcato arricchimento nei pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn rispetto ai controlli
  • i biomarcatori aumentati nei pazienti con colite ulcerosa e morbo di Crohn sono risultati correlati a pathway metabolici della malattia
  • i pathway coinvolti nella biosintesi degli aminoacidi sono risultati  associati principalmente a specie batteriche ridotte nella colite ulcerosa, come C. leptum, F. saccharivorans, G. formicilis e R. torques. Nei pazienti con morbo di Crohn ha svolto un ruolo principale E. coli.

Per esplorare il ruolo dei biomarcatori batterici nelle funzioni metaboliche, i ricercatori hanno anche sviluppato una sorta di “punteggio disfunzionale” (dysfunctional score) per ogni individuo stimandone la differenza rispetto ai controlli. La correlazione positiva tra modello diagnostico e punteggio disfunzionale suggerisce che i biomarcatori batterici potrebbero segnalare le alterazioni metaboliche nelle IBD.

Convalida del test

Successivamente, lo studio ha valutato l’accuratezza e la stabilità dei biomarcatori batterici per le IBD. Per farlo, i pazienti sono stati suddivisi a seconda che la malattia fosse attiva o inattiva. I risultati evidenziano una diversa abbondanza di specie associate a colite ulcerosa e morbo di Crohn negli individui con IBD inattiva rispetto ai controlli. Sebbene il modello diagnostico non sia stato in grado di distinguere tra IBD attiva e inattiva, i risultati hanno dimostrato la sua capacità di identificare i pazienti con colite ulcerosa o morbo di Crohn in fase inattiva rispetto ai controlli sani.

Il modello è stato quindi convalidato con successo utilizzando cinque set di dati indipendenti e multietnici, inclusi i biomarcatori riportati nella discovery cohort e ulteriori set di dati metagenomici. Se confrontato con il test tradizionale per lo screening delle IBD, il nuovo modello sviluppato ha mostrato maggiore sensibilità e specificità.

Infine, prendendo 18 specie identificate per queste due patologie, il modello è stato testato e convalidato anche per altri disturbi gastrointestinali, mostrando prestazioni più elevate rispetto alla tradizionale calprotectina fecale nel distinguere le IBD dalle non-IBD. 

Conclusioni

In conclusione, questo studio ha presentato lo sviluppo di uno strumento diagnostico per le IBD, evidenziando alterazioni riproducibili nelle firme del microbiota intestinale e nella funzionalità metabolica principalmente associate alla colite ulcerosa e al morbo di Crohn. Questo strumento potrebbe dunque facilitare la diagnosi delle IBD in modo non invasivo.

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