È raro trovare nella stessa frase le parole “antropologia” e “microbi”. Figuriamoci nel titolo di un libro. Eppure questo eccentrico binomio ha dato origine a un volume affascinante, scritto da una giovane antropologa della Libera Università di Bolzano, Roberta Raffaetà, che ha trascorso alcuni mesi nel laboratorio di metagenomica del Center for Integrative Biology (CIBIO) di Trento, diretto da Nicola Segata. Un’esperienza che le è servita per capire “dal vivo” che cosa significa studiare i batteri (e chi li studia), utilizzando un microscopio “umanistico”.

Il libro si intitola Antropologia dei microbi. Come la metagenomica sta riconfigurando l’umano e la salute (CISU 2020, 283 pag. 23,90 euro).

L’interesse dell’autrice per questa materia nasce nel 2014: leggendo per la prima volta un testo sul microbioma inizia a elaborare le prime riflessioni sull’idea che la salute umana non sia appannaggio univoco del corpo, ma che dipenda da una fitta rete di relazioni con i miliardi di batteri che convivono assieme a noi.

Da qui al concetto di post-human il passo è breve. Brevissimo. Non a caso negli ultimi anni alcuni antropologi hanno iniziato a considerare lo studio dei microbi come componente essenziale dell’identità umana. Non più solo “io”, ma soprattutto “noi”. Perché la stragrande maggioranza delle cellule del corpo non sono umane (eucariote), ma microbiche. È un filone di ricerca che gli specialisti chiamano “antropologia dei non-umani”.

Di cosa parla l’Antropologia dei microbi

Premesse a parte, il volume può essere letto a più livelli. Non è un’opera per soli antropologi: è sicuramente interessante per i ricercatori e per i clinici che si occupano a vario titolo di microbioma, perché un punto di vista trasversale (pensiero laterale) fa sempre bene alla salute della ricerca e alla medicina in generale.

Nei nove capitoli di Antropologia dei microbi vengono sviluppati tanti argomenti, dalla metagenomica come “motore” della ricerca sul microbioma, alla salute come punto di intersezione di discipline molto diverse tra loro. Descrive la necessità di passare dalla malattia “dell’organo” a una visione più ampia, ecosistemica, e gli impatti che tutte queste conoscenze avranno anche sulla nostra psiche.

Più che un libro è un viaggio etnografico, lo dice chiaramente l’autrice. Dove al posto delle popolazioni amazzoniche, come oggetto di analisi e studio, ci sono i ricercatori e i microrganismi.

Con la consapevolezza che gli studi sul microbioma stanno aprendo nuovi orizzonti, che vanno oltre la biologia. Come sostiene il microbiologo Jeffrey Gordon, pioniere di questo ambito di ricerca, queste nuove conoscenze sono una «salutare modifica alla nostra prospettiva antropocentrica che ci ha reso più umili». Biologia e antropologia, come discipline, possono soltanto trarre un beneficio reciproco da queste riflessioni.

Come scrive Nicola Segata nella prefazione: «Questo libro descrive e costruisce un ponte tra queste discipline e lo rende percorribile al lettore indipendentemente dalla sponda da cui proviene».

Per saperne di più sulla metagenomica e i suoi protagonisti guarda
la prima puntata della serie The Microbiome Theory con Nicola Segata.