Un quarto della popolazione mondiale soffre di anemia; la condizione è particolarmente grave tra gruppi demografici vulnerabili, come i bambini sotto i cinque anni e le donne incinte, con prevalenze rispettivamente stimate intorno al 47% e al 30%.
La patologia affligge in modo particolare i Paesi a basso reddito, nei quali essa contribuisce a sostanziali sfide economiche a causa dell’aumento delle esigenze sanitarie e della ridotta produttività della forza lavoro.
Quando la patologia è conseguente ad una carenza di ferro si parla di anemia sideropenica (IDA, iron deficiency anaemia), il rischio di contrarla si estende oltre i gruppi tradizionalmente colpiti ed include pazienti affetti da malattie croniche come le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) e l’infezione da Helicobacter pylori.
Anemia sideropenica e microbioma
La letteratura sottolinea il ruolo cruciale del microbiota intestinale nella modulazione del metabolismo del ferro, che è alla base sia dell’esordio sia del trattamento dell’anemia sideropenica.
Il microbiota modula l’assorbimento del ferro attraverso la produzione di metaboliti, i quali possono favorirlo od ostacolarlo. In ogni caso, l’integrazione di ferro, comunemente impiegata nel trattamento dell’anemia sideropenica, può influire negativamente sull’equilibrio della flora batterica e sulla permeabilità intestinale, aggravando la condizione invece di migliorarla.
Questo fenomeno desta preoccupazioni in merito alle gestione convenzionale della patologia, suggerendo la necessità di considerare la salute del microbiota negli approcci terapeutici.
Impatto della carenza di ferro sul microbioma
Un recentissimo studio, pubblicato su Biomedical Journal, ha caratterizzato a livello funzionale e strutturale, il microbioma del colon in risposta all’IDA attraverso il sequenziamento shotgun, analizzando anche la barriera intestinale e l’entità della traslocazione microbica nel contesto dell’intestino.
Lo studio ha sfruttato un modello animale per esaminare da vicino gli effetti di una dieta carente di ferro sul microbioma intestinale, rivelando cambiamenti significativi nella struttura della comunità microbica e nell’attività metabolica.
In particolare, l’IDA induce disbiosi intestinale caratterizzata da un aumento dell’abbondanza di geni coinvolti nelle vie di produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA, short chain fatty acid), come il metabolismo del butirrato e del propionato.
Questi cambiamenti sono indicativi di un adattamento microbico all’ambiente limitato in ferro, dove i batteri aumentano la produzione di SCFA, probabilmente come meccanismo compensatorio.
Inoltre, questa disbiosi è correlata ad un aumento della traslocazione batterica, suggerendo che il microbioma alterato contribuisca all’indebolimento della barriera intestinale, un effetto ulteriormente evidenziato dall’aumento dei livelli di lipopolisaccaridi sierici (LPS).
Implicazioni cliniche
I dati emersi dallo studio hanno importanti implicazioni cliniche e suggeriscono che la gestione dell’IDA dovrebbe considerare strategie atte a proteggere il microbiota intestinale.
Questo risulta importante al fine di mitigare gli effetti dannosi dell’integrazione di ferro sull’ecosistema intestinale e aiutare a mantenere l’integrità della barriera. Lo studio evidenzia la necessità di ulteriori ricerche sulle relazioni tra microbioma intestinale, metabolismo del ferro e barriera intestinale per sviluppare trattamenti IDA più efficaci.
Questo approccio potrebbe portare a un cambiamento nel paradigma di trattamento dell’IDA, enfatizzando una visione olistica che incorpori la salute dell’intestino come componente centrale delle strategie terapeutiche.
