Perché gli studi su microbioma e autismo non convincono ancora

In passato alcuni studi hanno suggerito un legame tra microbiota intestinale e autismo, sulla base di differenze osservate nella comunità microbica intestinale e dei risultati sia di esperimenti sui topi, che mostrano cambiamenti comportamentali dopo la manipolazione del microbiota, sia di piccoli studi sull’uomo che hanno analizzato gli effetti di probiotici o trapianti fecali. Tuttavia, i dati ottenuti sono risultati spesso incoerenti tra loro.

Di recente, una revisione sistematica pubblicata su Neuron dimostra l’assenza di prove concrete di un nesso causale tra alterazioni del microbiota intestinale e autismo.

«Non credo sia giustificato dedicare ulteriore tempo e finanziamenti a questo argomento», afferma Kevin Mitchell del Trinity College di Dublino, che ha coordinato lo studio «Sappiamo che l’autismo è una condizione con una forte componente genetica e a riguardo c’è ancora molto da scoprire».

Per giungere a questa conclusione Kevin Mitchell e i suoi colleghi hanno esaminato la letteratura scientifica sul possibile legame tra autismo e microbiota intestinale, valutando i disegni degli studi, le dimensioni del campione, i metodi statistici e i test comportamentali nei topi. 

Risultati incoerenti

La revisione sistematica ha incluso studi osservazionali, ricerche su modelli animali e studi clinici. Studi osservazionali sull’uomo hanno riportato differenze nella composizione del microbiota intestinale tra persone affette o meno da autismo, ma i dati sono risultati incoerenti tra loro e spesso basati su campioni di piccole dimensioni.

Gli esperimenti sui modelli murini hanno testato la validità dei test comportamentali e le differenze tra il microbiota intestinale umano e quello dei topi. Sebbene siano stati riportati effetti comportamentali a seguito della manipolazione del microbiota, questi studi presentano diversi limiti, come le piccole dimensioni del campione, la variabilità metodologica e una scarsa riproducibilità dei risultati.

Problemi metodologici

Gli studi clinici sull’uomo sono stati per lo più di piccole dimensioni, in aperto, senza bracci di controllo, rendendo difficile distinguere gli effetti del trattamento dalle risposte al placebo. Inoltre, gli studi clinici randomizzati controllati, che forniscono prove più rigorose, non hanno mostrato effetti coerenti o significativi degli interventi sul microbiota, come la somministrazione di probiotici o i trapianti di microbiota fecale, sui tratti correlati all’autismo.

Le metanalisi di questi studi hanno inoltre riportato prove limitate di beneficio e hanno evidenziato problematiche metodologiche, come campioni di piccole dimensioni e potenziali bias, tra cui conflitti di interesse economici.

Lavori futuri

Gli studi futuri dovranno essere caratterizzati da ipotesi chiaramente definite, campioni di dimensioni adeguate, protocolli standardizzati e approcci indipendenti. In questo modo sarà possibile garantire maggiore solidità e riproducibilità dei risultati.

Nel complesso, dunque, non vi sono prove concrete di un nesso causale tra il microbiota intestinale e l’autismo. Allo stesso modo, deve essere usata grande cautela nell’affermare che interventi sul microbiota possano prevenire o curare l’autismo.

Sebbene la revisione si sia concentrata su questa condizione, sono stati pubblicati numerosi studi anche sul legame tra il microbiota intestinale e molte altre patologie, tra cui problemi di salute mentale e malattie neurodegenerative. «Dal momento che per la maggior parte di questi studi sono state utilizzate le stesse metodologie, è probabile che possano presentare le stesse carenze», concludono gli autori.

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