Il microbiota delle popolazioni che vivono in contesti industrializzati presenta una capacità significativamente maggiore di riciclare gli estrogeni, rispetto alle popolazioni non industrializzate, una differenza che emerge già nei primi mesi di vita. È quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato su PNAS e condotto da ricercatori della Yale University (USA) e della Jagiellonian University Medical College (Polonia).
Il microbiota intestinale potrebbe svolgere, quindi, un ruolo molto più importante di quanto si pensasse nel determinare l’esposizione dell’organismo agli estrogeni, con possibili implicazioni per la salute riproduttiva e il rischio di malattie come il cancro.
Il ruolo dell’estroboloma nel metabolismo degli estrogeni
Gli estrogeni influenzano numerosi aspetti della fisiologia e della salute umana, tra cui la fertilità, la crescita, la funzione metabolica e la suscettibilità alle malattie. Sebbene i livelli circolanti di estrogeni e l’esposizione totale a questi ormoni nel corso della vita siano in parte influenzati da fattori genetici e legati allo stile di vita, evidenze emergenti suggeriscono che la capacità del microbiota intestinale di riciclare gli estrogeni possa contribuire in modo significativo alle loro concentrazioni. In effetti, fino al 65% degli estrogeni circolanti viene escreto nell’intestino attraverso la bile, ma solo il 10-15% viene eliminato con le feci, indicando che una quota sostanziale viene riassorbita.
Il riciclo degli estrogeni è mediato anche dall’estroboloma, una sottopopolazione del microbiota in grado di deconiugare gli estrogeni inattivati destinati all’escrezione, riportandoli alla forma biologicamente attiva e favorendone il riassorbimento nella circolazione sistemica. Ad oggi, tuttavia, non è noto se questa funzione microbica differisca tra le popolazioni, e si conoscono ancora poco i fattori che la determinano.
L’industrializzazione cambia il metabolismo degli estrogeni
In questo recente studio, gli autori hanno analizzato gli estrobolomi (tramite sequenziamento dell’RNA ribosomiale 16S) provenienti da tre grandi studi trasversali condotti su 24 popolazioni distribuite su quattro continenti, caratterizzate da diversi stili di sussistenza, che spaziano dalla caccia-raccolta alla pastorizia, dall’agricoltura rurale fino all’agricoltura industrializzata. L’analisi ha incluso anche neonati di età pari o inferiore a 6 mesi, confrontando quelli allattati esclusivamente al seno con quelli alimentati con latte artificiale.
I risultati mostrano che le popolazioni industrializzate presentano una capacità di riciclo degli estrogeni fino a sette volte superiore e una diversità dell’estroboloma quasi doppia rispetto ai gruppi non industrializzati. Inoltre, i lattanti alimentati con latte artificiale mostrano una capacità di riciclo da due a tre volte maggiore e una diversità dell’estroboloma fino a undici volte superiore rispetto ai bambini allattati al seno, evidenziando che le differenze nel metabolismo microbico degli estrogeni emergono già nelle prime fasi della vita. Al contrario, sesso, età e indice di massa corporea (BMI) non risultano associati alle caratteristiche dell’estroboloma.
Conclusioni e prospettive future
Lo studio suggerisce che il microbiota intestinale rappresenti un importante mediatore tra ambiente, stile di vita e regolazione ormonale. Più che fattori biologici come sesso, età o indice di massa corporea, sembrano essere l’industrializzazione e le abitudini alimentari fin dai primi mesi di vita a plasmare l’estroboloma e, di conseguenza, la capacità dell’organismo di riciclare gli estrogeni. Secondo gli autori, questo potrebbe contribuire a spiegare, almeno in parte, la maggiore incidenza di patologie estrogeno-dipendenti osservata nelle società industrializzate, tra cui tumore della mammella, endometriosi e infertilità. L’ipotesi è quella di un possibile “mismatch evolutivo“, in cui gli stili di vita moderni modificano il microbiota in modo non più allineato con la biologia umana sviluppatasi nel corso dell’evoluzione.
Sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare il legame causale e chiarire i meccanismi coinvolti, questi risultati rafforzano l’idea che il microbiota intestinale possa rappresentare un nuovo bersaglio per strategie di prevenzione e intervento nelle malattie legate agli ormoni.
