Il morbo di Crohn è una malattia caratterizzata da un’infiammazione cronica a carico dell’intestino che, solo in Italia, colpisce circa 150.000 persone. La diagnosi spesso avviene tra i 20 e i 30 anni, anche se può manifestarsi a qualunque età.
Stefano Levi Mortera e colleghi, dell’Unità Operativa di Microbiomica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, hanno valutato per la prima volta l’effetto di una dieta ad alto contenuto di fibre e a basso contenuto di grassi sul microbiota dei pazienti, considerando lo stato infiammatorio, il fenotipo della malattia (fibrostenotico, infiammatorio, perforante) e la sua localizzazione (ileo, ileo-colon o colon).
I ricercatori hanno reclutato 21 controlli e 41 pazienti, di età compresa tra i 21 e i 66 anni, con una malattia lieve/moderata o inattiva con un punteggio dello Short Crohn’s Disease Activity Index (sCDAI) inferiore a 400 e che non avevano assunto alcun antibiotico o farmaco nelle due settimane precedenti lo screening. Più della metà dei pazienti aveva una storia di chirurgia gastrointestinale e la maggior parte era in fase di guarigione.
I partecipanti sono stati suddivisi in quattro gruppi principali, di cui uno costituito dai controlli, che hanno seguito un’alimentazione specifica per otto settimane. Il gruppo 1 ha ricevuto solo una consulenza dietetica.
Metaproteomica e impatto della dieta sulla diversità peptidica
I ricercatori hanno raccolto 209 campioni di feci da entrambi i gruppi al basale, subito dopo l’ottava settimana e alla trentaseiesima settimana (quando i pazienti hanno ripreso l’alimentazione di base). Le analisi metaproteomica e tassonomica hanno permesso di identificare, rispettivamente, 29.175 gruppi proteici batterici e circa 260.000 sequenze di peptidi associati a un taxon batterico.
La malattia comportava una sovraregolazione dei peptidi associati ai meccanismi di difesa contro i batteri e alle risposte immunitaria e infiammatoria, inclusa una maggiore dispersione di cellule della mucosa (ad esempio cellule epiteliali e infiammatorie).
Nel gruppo 1, tra gli altri, sono aumentate pochissime proteine, probabilmente perché i pazienti non hanno apportato modifiche alimentari rilevanti.
Se la dieta migliora la composizione microbica
I ricercatori hanno osservato una β-diversità significativa tra pazienti e controlli anche a parità di regime alimentare. Ad esempio, oltre a riportare una sovrabbondanza di Eubacteriales, gli individui sani erano ricchi Faecalibacterium prausnitzii, poco diffuso nella maggior parte dei pazienti.
I cambiamenti più importanti si sono verificati nei gruppi 2 e 3 – quelli sottoposti alla dieta sperimentale – e hanno coinvolto soprattutto il metabolismo dei carboidrati, ma anche il trasporto e il metabolismo degli aminoacidi e dei nucleotidi. I taxa prevalenti erano Eubacteriales a scapito di Collinsella aerofaciens, che aumenta la permeabilità intestinale.
Entrando nello specifico, il gruppo 2 era ricco anche di Subdoligranulum (a livello di genere) e povero di Bifidobacterium sp. Mentre nel gruppo 3 si sono maggiormente diffusi Blautia (a livello di genere) e altre specie di Lachnospiraceae.
L’attività di specie ulteriori come Bacteroides e Phocaeicola ha aumentato l’abbondanza di alcune proteine della membrana esterna e associate alla biogenesi della parete cellulare/membrana/involucro e al trasporto e al metabolismo degli ioni inorganici.
La localizzazione della malattia condiziona l’effetto della dieta
Il morbo di Crohn ha comportato un chiaro deficit funzionale che è risultato maggiore se ad essere interessato è l’ileo piuttosto che il colon.
Il microbiota di questi pazienti era ricco di Blautia e B. obeum e povero di F. prausnitzii, Eubacteriales (Subdoligranulum, Ruminococcus e Faecalibacterium a livello di genere), Lachnacteriales, Lachnospiraceae, Clostridium e Bacteroidales (Bacteroides, Phocaeicola e Prevotella a livello di genere).
L’attività di Collinsella, C. aerofaciens e Bifidobacterium è invece calata solo nei pazienti con malattia a carico del colon e dell’ileo o solo del colon.
Conclusioni
Una dieta pensata su misura per i pazienti affetti da morbo di Crohn può migliorare la composizione e le funzionalità del loro microbiota, che però resta molto diverso da quello di un soggetto sano.
Il lavoro di Levi Mortera e colleghi evidenzia la necessità di studiare meglio in che modo la localizzazione della malattia condiziona gli effetti dell’alimentazione sulla salute microbica intestinale.
