L’ipertensione arteriosa potrebbe nascere nell’intestino

4 giugno 2018

 Warren Alpert Medical School of Brown University
Virginia Commonwealth University School of Medicine
 (studio originale)

Il microbioma intestinale potrebbe partecipare allo sviluppo di ipertensione arteriosa avendo un ruolo nel metabolismo degli adrenocorticosteroidi endogeni, gli ormoni sintetizzati a livello della corteccia del surrene.

Questo il tema che due ricercatori statunitensi hanno voluto approfondire attraverso una revisione di letteratura pubblicata di recente in Steroids.

Nonostante sia ormai accertata l’importanza che il microbioma intestinale riveste nelle patologie cardiovascolari, il meccanismo attraverso il quale determina un innalzamento della pressione è ancora poco chiaro come anche il processo di metabolismo degli steroidi nel quale, si presume, sia coinvolto.

Sta tuttavia prendendo sempre più piede l’“ipotesi GALFs” (glycerrhetinic acid-like factors).

Questa teoria sostiene infatti come particolari specie batteriche siano in grado di produrre fisiologicamente metaboliti simili all’acido glicirretico estraibile dalla liquirizia il quale ha più volte dimostrato proprietà e struttura analoga agli ormoni steroidei endogeni come cortisolo e aldosterone.

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Il ruolo degli ormoni steroidei nella regolazione della pressione sanguigna

Gli ormoni steroidei regolano i livelli di pressione arteriosa attraverso il legame e l’attivazione dei recettori mineralcorticoidi (RM), espressi a livello renale e non solo, modificando l’omeostasi del sodio e di conseguenza la ritenzione idrica. A seconda delle esigenze, questi recettori sono più o meno attivi. In condizioni normali l’aldosterone lega i recettori mineralcorticoidi permettendo uno scambio equilibrato di sodio, in particolar modo a livello dei nefroni, mentre l’enzima 11 beta-idrosteroide deidrogenasi (11βHSD) converte tramite ossidazione il cortisolo, anch’esso affine per i recettori RM, in cortisone, la sua forma inattiva, impedendo un sovra-eccitamento dei recettori stessi.

Se questo enzima nelle sue due isoforme, 11βHSD1 e 11βHSD2, è inibito a causa di mutazioni genetiche o da fattori esterni, come ad esempio l’acido glicirretico e composti analoghi, viene a formarsi un accumulo di cortisolo che, sommandosi all’aldosterone fisiologico, determina una massiccia attivazione dei recettori mineralcorticoidi con conseguente aumento di escrezione di sodio dai tubuli renali, ritenzione idrica, edema e aumento pressorio generale.

L’enzima 11βHSD è di fatto un “arbitro” della concentrazione di cortisolo e cortisone. L’isoforma 11βHSD1 è coinvolta maggiormente nella riconversione da cortisone inattivo a cortisolo attivo mentre, al contrario, 11βHSD2 determina soprattutto il processo di inattivazione. Se viene a mancare quindi soprattutto l’attività regolatoria della seconda si favorisce l’ipertensione.

Un esempio di mutazione genetica che va a determinare un’ipertensione primaria o essenziale, cioè non conseguente ad altre patologie, ma essa stessa la patologia, è la “sindrome da apparente eccesso di recettori mineralcorticoidi”.

Questo status è caratterizzato da 11βHSD2 non funzionante e di conseguenza una grave forma ipertensiva, talvolta fatale nei bambini, a testimonianza del ruolo fondamentale che questo enzima riveste.

Microbiota intestinale e l’attività enzimatica di 11βHSD

Alcuni studi hanno dimostrato come alcune specie batteriche siano in grado di produrre enzimi che metabolizzano i glucocorticoidi influenzandone la concentrazione.

Le specie maggiormente coinvolte sono:

  • Clostridium scindens,
  • Cl. paraputrificum,
  • Cl. inocuum,
  • Eggerthella lenta

Attraverso altri enzimi di conversione, 21-deidrossilasi e 3α,5α- reduttasi, queste specie batteriche riescono inoltre a trasformare corticosteroidi in GALFs con conseguente aumento di inibizione di 11βHSD.

L’ipotesi che il microbioma intestinale c’entri qualcosa nel regolare la pressione arteriosa la si deve anche a importanti studi condotti da Honour et al., attraverso i quali ha dimostrato come pazienti ipertesi ai quali venivano somministrati antibiotici quali neomicina o ampicillina, registrassero valori di pressione inferiori rispetto al periodo antecedente il trattamento. Essendo ormai assodato di come gli antibiotici riducano in generale i batteri dell’intestino e quindi la potenziale produzione di GALFs da parte di alcune tra le specie batteriche, è plausibile ipotizzare una correlazione tra pressione arteriosa e microbioma.

Molti altri sono gli studi e i risultati citati in questa revisione condotta da Morris D.J. e Ridlon J.M. che meriterebbero di essere descritti più nel dettaglio, tra i quali quelli che indagano un possibile ruolo degli stessi GALFs nella protezione da carcinoma colon-rettale.

Altre ricerche sono comunque necessarie sia per confermare il ruolo che il microbiota intestinale gioca nell’ipertensione sia per ulteriori suoi coinvolgimenti in contesti diversi.

Silvia Radrezza

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