I batteri che vivono sulla nostra pelle e quelli che compongono il microbioma intestinale giocano un ruolo importante nella capacità, da parte dell’organismo, di accettare un trapianto.

Lo affermano alcuni ricercatori dell’Università di Chicago, che hanno condotto una ricerca su animali da laboratorio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista The Journal of Clinical Investigation.

Gli scienziati hanno riscontrato che gli innesti cutanei durano il doppio se l’animale ha seguito un ciclo di antibiotici prima del trapianto.

Gli innesti durano più a lungo anche negli animali cresciuti in ambiente sterile: per questi ultimi le possibilità di rigetto si alzano se vengono introdotti batteri provenienti da soggetti non trattati, mentre rimangono invariate le possibilità di successo se i batteri provengono dai soggetti trattati con antibiotici.

La scoperta suggerisce che sia proprio la composizione del microbioma batterico a determinare il destino degli innesti.

«Le specie che formano le comunità batteriche che colonizzano topi ed esseri umani hanno effetti differenti» spiega Maria-Luisa Alegre, una delle autrici della ricerca.

«Una comunità di batteri è in grado di indurre un rigetto accelerato di un trapianto, laddove un’altra, sopravvissuta alla cura di antibiotici, non ha questa facoltà».

I tassi di rigetto per i trapianti di organi colonizzati da comunità batteriche (pelle, polmoni, intestino) sono più alti rispetto a quelli di altri organi interni come cuore e reni. Ciò accade sia negli esseri umani sia negli animali da laboratorio, e sembra che ciò sia dovuto proprio alla presenza dei batteri.

Per verificare questa ipotesi, Alegre e colleghi, prima di effettuare il trapianto, hanno sottoposto sia i donatori sia i riceventi a un ciclo di antibiotici per 10 giorni. Negli animali trattati, gli innesti sono durati in media 53 giorni, contro i 27 del gruppo di controllo non trattato, e la risposta immunitaria specifica è risultata inferiore.

Un risultato, questo, ottenuto anche sugli animali cresciuti in condizioni di sterilità: Tuttavia, trasferendo a questi animali batteri provenienti dai topi trattati con antibiotici, il rigetto dell’innesto è rimasto lento.

Alterare la popolazione batterica ha influenzato inoltre i risultati di altri tipi di trapianto: anche i cuori trapiantati su topi pre-trattati con antibiotici sono sopravvissuti più a lungo.

L’analisi genetica condotta sui batteri presenti sulla pelle degli animali trattati con antibiotici ha mostrato una quantità di batteri simile, ma una ridotta diversità di specie: «Il numero totale è lo stesso, prima e dopo gli antibiotici. Al posto di 1000 specie, dopo il trattamento, se ne hanno circa 500» spiega Alegre. «Non è la carica batterica a fare la differenza, è la composizione della comunità di batteri».

Una comprensione più approfondita del ruolo che svolgono i batteri nella risposta immunitaria contro un trapianto d’organo, spiega la ricercatrice, potrebbe condurre allo sviluppo di nuove strategie per migliorare i trapianti sugli esseri umani.

Una possibile soluzione potrebbe consistere nell’adozione di antibiotici specifici contro i batteri che favoriscono il rigetto, oppure l’uso di probiotici che aumentino il numero di batteri che sopprimono la risposta immunitaria.

Tuttavia, non sono ancora state identificate le specifiche specie batteriche che causano l’una o l’altra risposta.

Alegre, a tal proposito, avverte che alterare l’equilibrio del microbioma potrebbe avere conseguenze inaspettate: «Ci siamo evoluti per coabitare con i nostri microbi e sono benefici per noi», spiega la ricercatrice. «Abbiamo bisogno di loro. Sono loro a costruire le vitamine che ci servono. Sono loro a digerire il cibo che noi non siamo in grado di digerire. Sono loro a mantenere la nostra salute preparando il sistema immunitario a combattere le infezioni. Dobbiamo stare attenti a qualunque cosa possa alterare quell’equilibrio».