Fra i diversi fattori che influenzano l’esito positivo di un trapianto è necessario tener conto anche del microbiota intestinale: la relazione stretta fra i batteri che abitano l’organismo e il sistema immunitario sembra infatti svolgere un ruolo importante nel ridurre infezioni e reazioni di rigetto del nuovo organo.

Lo affermano due ricercatori del Kidney Research Center, Tabriz University of Medical Sciences, Tabriz (Iran). Il loro lavoro è stato pubblicato su Biomedicine & Pharmacotherapy.

Negli ultimi decenni, i tassi di sopravvivenza dopo un trapianto renale sono aumentati sensibilmente: resta tuttavia più complesso gestire la reazione dell’organismo sul lungo termine.

Il rischio di infezioni e rigetti è associato a diversi fattori ambientali e genetici, e in tempi più recenti si è ipotizzato che la composizione del microbioma può essere legata alle complicazioni post-trapianto. Attraverso una revisione delle precedenti ricerche sull’argomento, i ricercatori iraniani hanno cercato di chiarire i rapporti fra trapianti, risposta immunitaria e microbioma.

La principale causa di mortalità e complicazioni post-trapianto è l’infezione da parte di agenti patogeni, che possono trovare un ambiente favorevole in un organismo immunosoppresso.

Dato il rapporto stretto fra la funzione immunitaria e il microbioma, la composizione di quest’ultimo influenza non solo la proliferazione di batteri patogeni opportunisti, ma anche l’efficacia dei farmaci antirigetto: in presenza di alcune specie batteriche come il Faecalibacterium prausnitzii, per esempio, il dosaggio necessario di farmaci immunosoppressivi è più alto.

Lo stesso gruppo di ricerca ha inoltre stabilito che i cambiamenti nel microbioma possono essere identificati già un mese dopo il trapianto, e le differenze riscontrate prima e dopo il trapianto stesso possono essere usate come strumenti predittivi per stabilire il possibile esito dell’innesto sul lungo periodo.

I pazienti trapiantati sono esposti anche a infiammazioni. Queste possono essere causate dai farmaci immunosoppressivi, e provocare squilibri nel microbioma, ma può anche accadere l’opposto: la composizione e i metaboliti prodotti dal microbioma possono a loro volta stimolare infiammazioni e altre risposte immunitarie.

È stato recentemente dimostrato che l’esposizione a determinati antigeni provenienti dall’organo trapiantato provoca una risposta immunitaria mediata proprio dal microbioma.

I ricercatori si sono quindi concentrati sugli studi relativi all’uso di probiotici e al loro potenziale impatto sulle patologie renali e le complicazioni post-trapianto. Anche se il loro meccanismo d’azione è stato poco chiarito, alcuni ceppi batterici sembrano modificare in positivo la composizione del microbioma, favorendo una serie di effetti positivi sul sistema immunitario.

Un numero crescente di studi suggerisce la somministrazione di probiotici come terapia alternativa per i pazienti in dialisi e per la gestione di patologie renali terminali. Secondo questi studi, tali probiotici riducono infiammazione e stress ossidativo. E proteggendo la mucosa intestinale riducono il numero di tossine in circolazione.

I probiotici avrebbero inoltre un effetto diretto sulla proliferazione di agenti patogeni, sarebbero in grado di modulare la risposta immunitaria e potenzialmente di innalzare la tolleranza ai trapianti.

In definitiva, secondo i ricercatori, una maggiore comprensione dei meccanismi che intercorrono fra microbioma, sistema immunitario e complicazioni legate ai trapianti renali aiuterà a impostare strategie mirate per aumentare la tolleranza all’innesto e diminuire il peso delle reazioni immunitarie. I dati del progetto microbioma umano in questo campo non sono ancora stati resi noti, ma i ricercatori ritengono che in futuro sarà sempre più probabile il ricorso a probiotici specifici, con un meccanismo d’azione noto, in sostituzione dei farmaci tradizionali.