Microbiota intestinale e tiroide: ecco cosa sappiamo

18 Aprile 2017

La Sapienza Università di Roma (Italy) STUDIO ORIGINALE

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In letteratura medica si trovano centinaia di studi sul rapporto tra microbiota intestinale e diabete, tra obesità e diabete. Ma è ancora poco esplorato il ruolo delle oltre milleduecento specie batteriche presenti nell’intestino sul metabolismo della tiroide.

Per questo motivo Camilla Virili e Marco Centanni, dell’Università La Sapienza di Roma, hanno deciso di condurre una revisione sistematica delle ricerche sul settore. L’analisi è stata pubblicata sulla rivista Molecular and Cellular Endocrinology. Il focus principale è il metabolismo delle iodotironine e dei micronutrienti legati all’ormone tiroideo.

La corretta produzione di questi ormoni tiroidei dipende da alcuni enzimi modulati dalle iodotironine stesse, ma anche dalla disponibilità di elementi quali lo iodio e il selenio.

L’assorbimento dello iodio sembrerebbe legato alla composizione del microbioma: studi condotti su animali dimostrano che questi micronutriente è assorbito più lentamente a livello intestinale in presenza di un trattamento antibiotico.

Ma la questione sembra controversa: altri studi non hanno riscontrato variazioni di iodio nelle urine in presenza di alterazioni importanti nel microbioma intestinale.

È invece più chiaro il rapporto fra microbioma intestinale e selenio: assorbito principalmente nel duodeno e nel cieco, l’elemento è presente a concentrazioni sensibilmente più alte nella tiroide rispetto al resto dell’organismo. Il selenio non assorbito nell’intestino tenue viene metabolizzato dai batteri residenti nel colon, e uno studio recente mostra che una dieta arricchita di selenio è in grado di aumentare la biodiversità del microbioma intestinale.

Più dibattuta, invece, è l’influenza del microbioma sui processi metabolici legati alle iodotironine: l’affinità di questi ormoni con i batteri intestinali è stata dimostrata fin dagli anni sessanta e confermata più tardi attraverso studi su animali.

L’attività di enzimi legati alle iodotironine è stata poi confermata dalla presenza di deiodinasi, enzimi implicati nel processo di recupero di iodio a livello intestinale.

In modo simile, il microbiota intestinale sembra influire sui processi metabolici del fegato, nella fattispecie sulle cosiddette reazioni di fase 2: tali reazioni aumentano la solubilità delle iodotironine, riducendone l’assorbimento a livello intestinale e aumentandone contestualmente la secrezione urinaria.

Una particolare composizione del microbioma sembra facilitare il “riciclo” delle iodotironine: un simile meccanismo è stato dimostrato per gli ormoni steroidei, per gli acidi biliari e per le vitamine: l’esistenza di un “riciclo” per gli ormoni tiroidei non è ancora supportata da prove dirette.

Manca il consenso scientifico anche sul ruolo della levotiroxina, una delle più diffuse terapie ormonali per le patologie tiroidee. Nonostante alcuni studi evidenzino un’associazione fra la carenza di tiroxina (legata al mancato assorbimento da parte dell’organismo) e squilibri nel microbioma in soggetti celiaci o intolleranti al lattosio, non disponiamo al momento di prove conclusive a sostegno di questa tesi.

Secondo i ricercatori, in definitiva, il rapporto fra microbioma e tiroide è ben lontano dall’essere compreso del tutto: se da un lato esistono numerose evidenze a sostegno di un ruolo del microbioma nel metabolismo delle iodotironine, dall’altro sono necessarie maggiori indagini per comprenderne l’influenza sull’equilibrio della tiroide nel suo complesso.

Davide Soldati

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