Asse intestino-cervello e sindrome dell’intestino irritabile: oltre l’idea che sia “tutto nella testa”

La sindrome dell’intestino irritabile è una condizione complessa, nella quale fattori biologici, psicologici e sociali interagiscono continuamente. Massimo Bellini, direttore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, richiama il modello biopsicosociale elaborato da Douglas Drossman per spiegare come il cervello possa influenzare l’intestino e, allo stesso tempo, come i disturbi gastrointestinali possano modificare l’umore, la percezione dei sintomi e il benessere psicologico.

Questa relazione bidirezionale, mediata anche dal nervo vago, varia profondamente da persona a persona e rende indispensabile una presa in carico personalizzata. Ansia, stress, contesto familiare, cultura ed eventuali traumi possono amplificare la percezione dei disturbi, ma ciò non significa che la malattia sia esclusivamente di origine psicologica. Nei pazienti possono infatti essere presenti alterazioni biologiche, come una lieve infiammazione, l’ipersensibilità viscerale, la risposta a determinati alimenti e modificazioni del microbiota intestinale.

Un’attenzione crescente è rivolta proprio alla disbiosi, ai probiotici e ai postbiotici, anche alla luce dell’aumento del rischio di sviluppare sintomi intestinali persistenti dopo una gastroenterite. Il microbiota, inoltre, partecipa alla produzione e alla modulazione di numerosi mediatori coinvolti nella comunicazione tra intestino e cervello. Comprendere meglio questi meccanismi potrà favorire strategie terapeutiche sempre più mirate, capaci di considerare il paziente nella sua globalità.

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