La supplementazione orale con butirrato di sodio microincapsulato, aggiunta alla terapia convenzionale, può migliorare alcuni esiti clinici e biochimici nei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali, con un effetto particolarmente evidente nella malattia di Crohn e nei pazienti con un enterotipo caratterizzato da un basso rapporto Firmicutes/Bacteroidota. È questa la principale conclusione dello studio coordinato da Edoardo Vincenzo Savarino, gastroenterologo dell’Università di Padova. Il lavoro è stato pubblicato su Digestive and Liver Disease.
Un candidato interessante nelle IBD
Il razionale biologico alla base dello studio è solido. Il butirrato è un acido grasso a catena corta prodotto soprattutto dalla fermentazione delle fibre alimentari da parte del microbiota intestinale. A livello del colon rappresenta una fonte energetica primaria per i colonociti e partecipa a una rete di funzioni che coinvolgono l’integrità della barriera mucosale, il controllo dell’infiammazione e l’interazione con il sistema immunitario locale.
Nelle malattie infiammatorie croniche intestinali, tuttavia, la semplice presenza di un razionale biologico non è sufficiente a tradursi automaticamente in beneficio clinico. Studi precedenti condotti con SCFA, spesso somministrati per via rettale, hanno dato risultati eterogenei. Una possibile spiegazione riguarda sia la diversa localizzazione dell’infiammazione sia la dose e la modalità con cui il butirrato raggiunge il colon. Una quantità insufficiente può risultare irrilevante, mentre concentrazioni eccessive potrebbero avere effetti non desiderati, soprattutto in contesti di infiammazione cronica.
Per superare questi limiti, gli autori hanno utilizzato una formulazione orale di butirrato di sodio microincapsulato, pensata per favorire una diffusione intestinale più ampia e un rilascio graduale del principio attivo. L’obiettivo non era soltanto valutare un possibile effetto clinico, ma anche comprendere se la risposta potesse dipendere dalla composizione del microbiota di partenza.
Lo studio: 140 pazienti, 90 giorni di supplementazione e analisi del microbiota
Lo studio è stato condotto come trial monocentrico, prospettico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo presso l’Azienda Ospedale Università di Padova. Sono stati inclusi 140 pazienti con IBD che hanno completato il protocollo: 60 con malattia di Crohn e 80 con colite ulcerosa. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere butirrato di sodio microincapsulato oppure placebo per 90 giorni, mantenendo la terapia convenzionale in corso.
La supplementazione prevedeva 1.200 mg al giorno di formulazione microincapsulata, corrispondenti a 600 mg di composto attivo, assunti durante i pasti principali. Il placebo era costituito da capsule a base di amido. Durante il periodo di osservazione non sono state previste modifiche terapeutiche rilevanti, aspetto importante per limitare possibili fattori confondenti.
Il microbiota fecale è stato analizzato mediante sequenziamento 16S rRNA, mentre l’attività infiammatoria è stata valutata anche attraverso la calprotectina fecale. Sul piano clinico, gli autori hanno utilizzato l’Harvey-Bradshaw Index per la malattia di Crohn, il partial Mayo score per la colite ulcerosa e il questionario IBDQ-32 per la qualità di vita. Sono state inoltre considerate abitudini alimentari e attività fisica tramite questionario WCRF, per verificare se eventuali cambiamenti potessero essere attribuiti a modifiche comportamentali.
Due enterotipi per leggere meglio la risposta al trattamento
Uno degli aspetti più interessanti dello studio è la scelta di stratificare i pazienti in base al profilo microbico di partenza. Le analisi hanno identificato due principali enterotipi sia nella malattia di Crohn sia nella colite ulcerosa, distinti soprattutto dal rapporto tra Firmicutes e Bacteroidota.
Nei pazienti con malattia di Crohn, il primo enterotipo era caratterizzato da un rapporto Firmicutes/Bacteroidota molto basso, con valore mediano di 0,31. Il secondo enterotipo presentava invece un rapporto più elevato, pari a 0,85. Nei pazienti con colite ulcerosa, i valori mediani erano rispettivamente 0,74 per il primo enterotipo e 1,36 per il secondo.
Questa distinzione non è solo descrittiva. Secondo gli autori, il basso rapporto Firmicutes/Bacteroidota potrebbe identificare una comunità microbica più disbiotica e potenzialmente più responsiva a un intervento basato su SCFA. In particolare, nei pazienti con malattia di Crohn appartenenti all’enterotipo 1, la supplementazione con butirrato ha determinato un incremento significativo del rapporto Firmicutes/Bacteroidota, passato da 0,31 a 0,69.
L’analisi della composizione microbica ha mostrato, in questo sottogruppo, una riduzione di generi potenzialmente associati a infiammazione o disbiosi, tra cui Escherichia-Shigella, Klebsiella e Morganella, insieme a variazioni in altri taxa appartenenti a Bacteroidota, Desulfobacterota e Fusobacteriota. Parallelamente, sono aumentati alcuni generi o gruppi batterici potenzialmente collegati alla produzione di SCFA o a funzioni considerate favorevoli per l’ecosistema intestinale, come Ruminococcus e Lachnospiraceae NK4A136 group.
Benefici clinici più netti nella malattia di Crohn
Sul piano clinico, l’effetto della supplementazione è risultato più evidente nei pazienti con malattia di Crohn. In questo gruppo, il butirrato microincapsulato è stato associato a un miglioramento significativo dell’attività clinica di malattia e a una riduzione significativa della calprotectina fecale. In particolare, nei pazienti trattati con butirrato la quota di soggetti con attività clinica di malattia è diminuita, mentre nel gruppo placebo non sono emerse variazioni comparabili.
Anche la qualità di vita, valutata con IBDQ, è migliorata nei pazienti con malattia di Crohn trattati con butirrato, con un incremento del punteggio mediano da 170 a 184. Un miglioramento della qualità di vita è stato osservato anche nel gruppo placebo, dato che gli stessi autori interpretano con cautela richiamando il possibile effetto placebo, già noto negli studi sulle IBD. Tuttavia, il confronto tra le variazioni medie ha favorito il gruppo trattato con butirrato.
Nei pazienti con colite ulcerosa, il quadro appare più sfumato. La qualità di vita è migliorata significativamente nel gruppo trattato con butirrato, con un aumento del punteggio IBDQ da 185 a 195, mentre la calprotectina fecale ha mostrato una riduzione solo tendenziale. Anche l’attività clinica di malattia si è orientata favorevolmente nel gruppo butirrato, ma senza raggiungere la significatività statistica.
Questi dati suggeriscono che la risposta al butirrato possa variare non solo in base alla composizione del microbiota, ma anche in relazione al fenotipo clinico, con una maggiore evidenza di beneficio nella malattia di Crohn rispetto alla colite ulcerosa.
Verso una nutraceutica guidata dal microbiota?
Il messaggio più rilevante dello studio è che il butirrato non va considerato un trattamento generalizzato per tutti i pazienti con IBD. Piuttosto, i risultati indicano che la supplementazione con SCFA potrebbe avere un ruolo più razionale se inserita in una logica di stratificazione microbiologica.
La presenza di un enterotipo con basso rapporto Firmicutes/Bacteroidota, soprattutto nella malattia di Crohn, sembra identificare una popolazione più sensibile alla supplementazione. In questi pazienti, il butirrato non agirebbe semplicemente come metabolita esogeno, ma potrebbe contribuire a rimodellare l’ecosistema microbico, riducendo taxa potenzialmente sfavorevoli e favorendo gruppi batterici più compatibili con un ambiente intestinale meno infiammato.
Il lavoro aggiunge un tassello importante alla discussione sul ruolo del microbiota come criterio per personalizzare gli interventi nutraceutici nelle IBD. Il butirrato microincapsulato, in particolare, emerge come un possibile supporto aggiuntivo alla terapia convenzionale, con benefici più consistenti in pazienti selezionati sulla base del profilo microbico.
In un’epoca in cui la modulazione del microbiota è spesso evocata in modo generico, questo studio sposta l’attenzione su una domanda più clinicamente utile: non solo se un intervento funzioni, ma in quali pazienti abbia maggiori probabilità di funzionare.
Contenuto realizzato in collaborazione con Butyrose
