Nonostante la patogenesi del lupus eritematoso dipenda da fattori genetici e ambientali, è stato dimostrato che questa patologia autoimmune può essere influenzata anche dai batteri che popolano l’intestino.

Numerosi studi sostengono infatti che alterazioni nella composizione del microbiota intestinale possono essere correlate a specifiche manifestazioni del lupus, anche se di fatto non è ancora chiaro che ruolo giochino sia i microrganismi commensali sia quelli patogeni.

A fare il punto della situazione è una revisione sistematica dei ricercatori della The University of Texas – Houston (USA), che ha analizzato le ultime ricerche pubblicate in merito. Secondo quanto riportato sulla rivista Immunologic Research, la composizione del microbioma intestinale di topi che spontaneamente sviluppano il lupus presenta, rispetto a quelli sani, alcune differenze, sulle quali influiscono il sesso, la progressione della malattia e la genetica.

Inoltre, è stato osservato che oscillazioni nella composizione dei batteri intestinali possono portare alla riacutizzazione della malattia e che il rapporto fra Firmicutes e Bacteroidetes è significativamente più basso nei pazienti affetti da lupus, anche se in remissione. Infine, alcuni studi hanno dimostrato i benefici della dieta e di supplementi probiotici a base di lactobacilli e bifidobatteri per chi soffre di questa patologia.

Secondo gli autori della revisione, la sintomatologia del lupus potrebbe quindi essere influenzata da un approccio di tipo “alimentare”, sotto forma di un’apposita dieta, ma anche mediante la somministrazione di probiotici (che consente di introdurre microrganismi “buoni” assenti nell’organismo ospite), prebiotici (utili a favorire la proliferazione di batteri “buoni” e di probiotici) o antibiotici.

Questi trattamenti, utilizzati singolarmente o in combinazione, potrebbero consentire di “manipolare” il microbioma intestinale e dimostrarne il ruolo cruciale nella medicina moderna.

Nell’era del trapianto fecale, anche questa opzione terapeutica non può però essere trascurata, nonostante non esistano a oggi studi riguardanti il lupus che l’abbiano testata né nell’uomo, né in modelli murini. Infine, quanto dimostrato circa l’influenza del microbioma e del sesso sul lupus potrebbe rappresentare la base di partenza per valutare l’effetto su questa patologia degli ormoni sessuali in grado di contribuire alla disbiosi.

Nonostante l’ampio ventaglio di strategie terapeutiche pronte per essere testate, la complessità non solo di questa patologia autoimmune, ma anche dell’interazione fra l’organismo ospite e il microbioma intestinale, lascia ai ricercatori un grande punto interrogativo: i trattamenti saranno davvero efficaci per la maggior parte dei pazienti?