Oncologia, reportage da ASCO: microbiota pilastro fondamentale per ricerca e clinica

Ecco che cosa è emerso all’annuale congresso della American Society Clinical Oncology.
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ASCO, American Society Clinical Oncology: il privilegio di esserci, il ritorno in presenza al più importante congresso di oncologia, per la prima volta dal 2019. 

Trascorro il primo giorno come sempre, a individuare nel calendario delle giornate congressuali, ciò che mi interessa. Le tematiche sono molte e nel mio elenco c’è anche il microbioma. 

Scovo una sessione chiusa, sembra un corso universitario, dedicata in presenza a chi vuole saperne di più, nell’ambito di un’iniziativa chiamata “Meet the professor”. Non posso accedere, ma vagando in congresso trovo nella sessione dedicata ai poster, alcuni studi interessanti che mi interessano.  

«È in corso un grande cambiamento», racconta Filippo Pietrantonio, oncologo specializzato nei tumori gastroenterici, Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Innanzitutto, è pressoché scomparso quell’alone di diffidenza e di sospetto attorno ai lavori scientifici. Anzi, oggi il microbioma rappresenta uno dei pilastri fondamentali riconosciuto dalla comunità scientifica, e il suo ruolo rientra nell’ambito dei fattori di rischio per cancro, ma anche della progressione della malattia e dell’impatto nel corso dei trattamenti». 

Già, perché l’influenza del microbioma è reale e le prove che lo dimostrano si stanno sempre più accumulando. 

Microbiota intestinale e immunoterapie oncologiche

Come la  review pubblicata su Jama Oncology il 28 aprile scorso e ripresa da Asco Post, il blog dell’American Society Clinical Oncology, che ne ipotizza il coinvolgimento nei trattamenti oncologici. 

Gli autori hanno riferito di un ruolo emergente del microbiota intestinale nell’immunoterapia e diversi studi hanno riscontrato differenze nelle specie di batteri presenti nei campioni fecali di pazienti responder e non responder, suggerendo che diverse composizioni del microbioma possono influenzare le risposte cliniche. 

Altri studi inoltre suggeriscono che dieta e probiotici, nonché farmaci antibiotici e batteriofagi possono influenzare la composizione del microbioma intestinale e, a sua volta, una risposta all’immunoterapia. 

Dieta e probiotici

In particolare, gli autori hanno evidenziato recenti studi sugli effetti delle diete chetogeniche per i pazienti oncologici. 

«Oggi, lo sviluppo di trattamenti che sincronizzano le immunoterapie e il microbiota intestinale offre alla medicina un’opportunità unica per apportare davvero un cambiamento nella cura dei pazienti» ha affermato Khalid Shah, Department of Neurosurgery, Brigham and Women’s Hospital, Harvard Medical School, Boston, Massachusetts e autore della review insieme a Longsha Liu, Center for Stem Cell and Translational Immunotherapy (CSTI), Harvard Medical School, Boston, Massachusetts. 

Ma cosa ho trovato leggendo i poster? Una ricerca condotta all’università di Tampa in Florida negli Stati Uniti, ha analizzato l’impatto del microbioma nel caso del carcinoma metastatico testa-collo a cellule squamose

Il microbiota intestinale sta emergendo tra i predittori della risposta all’immunoterapia in diverse forme oncologiche, ma mancano evidenze per quanto riguarda la classificazione tassonomica della comunità microbica, che invece potrebbe giocare un ruolo superiore proprio nella valutazione della reazione all’immunoterapia.  

Biomarker per la risposta farmacologica

«Questo è il primo studio che valuta l’associazione del microbioma intestinale e del metaboloma nella risposta all’immunoterapia in prima linea nei pazienti con carcinoma metastatico testa-collo», hanno commentato i ricercatori. «Abbiamo trovato che l’inosina e la via chinurenina/triptofano, possono giocare un ruolo cruciale». Sono i primi lavori scientifici che coinvolgono persone e non più solo modelli animali, ma indubbiamente, come hanno sottolineato i ricercatori stessi, i risultati andranno valutati in studi con un coinvolgimento maggiore di pazienti. 

«Un microbiota sano può creare un contesto immunologico globale a favore di una maggiore sensibilità a interventi terapeutici specifici come l’immunoterapia», commenta Pietrantonio. «In questo come in altri studi sono state osservate correlazioni consistenti tra microbiota intestinale sano e maggiore risposta alla terapia, ma sono risultati nell’ambito di studi osservazionali, vanno replicati su più larga scala. Sicuramente la strada è quella giusta. E oltre all’immunoterapia, il microbiota potrebbe avere una sua validità anche per quanto riguarda la chemioterapia, che può impattare il sistema immunitario attraverso vari meccanismi. E non escluderei che possa avere un ruolo nell’efficacia dell’intervento chirurgico, oltre che nella riduzione delle complicanze post-intervento». 

Tumore al seno e microbiota tissutale

Potrebbe comportare dei cambiamenti nella diagnosi e nella terapia anche lo studio dei ricercatori americani di Ucla, Los Angeles.

Qui, il soggetto è il tumore del seno. Sono stati presi in esame la forma triplo negativo ((ER, PR-, HER2-), a tutt’oggi con prognosi spesso sfavorevole, e il sottotipo Luminal A (ER+, PR+, Ki67<20, HER2-), caratterizzato da una prognosi invece favorevole. 

L’ipotesi di partenza, che ha fatti da start allo studio, riguarda i cambiamenti nella diversità del microbiota mammario. Il sottotipo Luminal-A e il triplo negativo, potrebbero avere delle differenze sia nella composizione della comunità batterica, sia per quanto riguarda il genoma. 

La caratterizzazione microbica è stata eseguita mediante sequenziamento del 16S rRNA-amplicome, mentre per il sequenziamento del genoma è stato utilizzato l’approccio di sequenziamento shotgun (Whole Genome Shotgun o WGS). 

I risultati? Come scrivono i ricercatori nelle conclusioni, «questa è la prima analisi a dimostrare differenze statisticamente significative nella composizione delle specie batteriche. Luminal-A presentava una maggiore diversità di specie e abbondanza di Sphingomonadaceae, che sono associate a tessuto mammario sano e migliori risultati clinici.  

Mentre il tumore del seno triplo negativo presentava una minore diversità di specie e abbondanza di Pseudomonas e Neisseriaceae , che sono state associate alla sopravvivenza del tumore e alla crescita cellulare». Un buon passo avanti, dunque, che nel futuro potrebbe portare alla messa a punto di ulteriori esami che riguardano in particolare il microbioma,  e all’identificazione di nuovi bersagli terapeutici. 

Il microbioma sta quindi assumendo sempre più un ruolo quale biomarcatore. Ma attenzione ad accelerare troppo i tempi. 

«Sono analisi costose, che richiedono apparecchiature sofisticate e pertanto non è ancora pensabile farle rientrare nella routine della pratica clinica», sottolinea Pietrantonio. «È però necessario uno studio dettagliato del microbioma dal punto di vista superspecialistico, con una valutazione accurata comprensiva di ogni possibile variabile.  

Sono indispensabili inoltre trial clinici affinché possa diventare a tutti gli effetti un biomarcatore per discriminare i pazienti che possono ottenere benefici da una determinata terapia, oppure per identificare chi è a maggior rischio di recidive, oppure di avere una malattia aggressiva, per esempio.  Ma tutto ciò si può fare solo attraverso la raccolta sistematica delle feci. Se non viene effettuata, si perde un’enorme opportunità e non riusciremo a fare il salto di qualità dalla ricerca alla pratica clinica».

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