Un indice dietetico per il microbiota intestinale (DI-GM, dall’inglese dietary index of gut microbiota) più basso, che riflette una ridotta diversità microbica, è associato a un rischio maggiore di infertilità femminile. Sebbene la relazione non sia lineare, un ampio studio, pubblicato su Frontiers in Nutrition, evidenzia la possibilità di intervenire sulla diversità del microbiota intestinale attraverso interventi dietetici per migliorare la fertilità femminile.
L’infertilità colpisce una coppia su otto in tutto il mondo e rappresenta un problema clinico significativo. Diversi fattori, tra cui genetica, ambiente e stile di vita, contribuiscono all’infertilità femminile. Nonostante la sua elevata prevalenza, le misure preventive efficaci sono ancora limitate.
Microbioma e infertilità idiopatica
Recenti studi supportano il ruolo del microbiota intestinale anche nella fertilità. Allo stesso tempo, è stata dimostrata l’influenza della dieta sulla diversità e sull’abbondanza del microbiota intestinale. Inoltre, la dieta mediterranea è stata collegata a un impatto positivo sulla salute riproduttiva, con un rapporto più elevato tra gravidanze e nati vivi. Al contrario, la dieta occidentale è associata a una peggiore fertilità.
Data la relazione tra la composizione del microbiota intestinale e i modelli alimentari, è importante utilizzare indici standardizzati per valutarne l’impatto. Tra questi, l’indice dietetico per il microbiota intestinale (DI-GM) valuta l’influenza della dieta sul microbiota intestinale attraverso 14 componenti identificati come benefici o sfavorevoli per la salute intestinale, cogliendo efficacemente la relazione tra qualità della dieta e diversità del microbiota intestinale. Un punteggio DI-GM inferiore è già stato associato a un rischio maggiore di determinate condizioni, come diabete, ictus ecc. Tuttavia, la sua correlazione con l’infertilità è ancora poco chiara.
Uno studio ampio
Questo studio ha coinvolto oltre 3.000 donne (tra i 18 e i 45 anni) dalle quali sono state raccolte per due anni informazioni su dieta, stato nutrizionale, salute e stile di vita. Questi dati sono stati poi correlati con il punteggio DI-GM (compreso tra 0 e 13) e la fertilità.
L’infertilità è definita come l’assenza di capacità di concepimento dopo almeno un anno di rapporti sessuali non protetti. Delle 3.053 partecipanti, 370 sono risultate infertili. Le donne di questo gruppo erano generalmente più anziane, con un indice di massa corporea (BMI) più elevato, un reddito più elevato e con caratteristiche comuni, come essere sposate, fumare, soffrire di patologie cardiovascolari e metaboliche (ipertensione, dislipidemia, diabete ecc.).
Il valore medio di DI-GM è risultato significativamente inferiore in questo gruppo.
Le partecipanti con un DI-GM più basso mostravano anche livelli più elevati di trigliceridi e di glicemia a digiuno (FPG), ma livelli più bassi di colesterolo legato alle lipoproteine ad alta densità (HDL-C).
Correlazione tra DI-GM e infertilità
Dai dati ottenuti è emersa una forte associazione negativa, sebbene non lineare, tra i punteggi di DI-GM e il rischio di infertilità. Infatti, un punteggio inferiore era associato a un rischio maggiore.
Al di sotto della soglia (punteggio ≤8), identificata come punto di flessione, ogni aumento unitario di DI-GM era associato a una riduzione del 14% del rischio di infertilità, a supporto dell’ipotesi che modelli alimentari salutari per l’intestino favoriscono la salute riproduttiva. Al di sopra di tale valore (>8), punteggi più elevati sono risultati correlati a un aumento relativo del 197% del rischio di infertilità, suggerendo conseguenze dannose delle diete estreme.
L’associazione tra i punteggi di DI-GM e il rischio di infertilità femminile è confermata anche considerando fattori demografici, socioeconomici, di stile di vita e di salute.
«Il punteggio di DI-GM rappresenta un nuovo indice della qualità della dieta che riflette la diversità del microbiota intestinale. Il suo utilizzo in ulteriori ricerche e interventi potrebbe favorire lo sviluppo di strategie per prevenire e ridurre il rischio di infertilità femminile» concludono gli autori.
