Cryptosporidium è un genere comprendente oltre 40 specie di parassiti protozoi. Quando infettano l’uomo causano sintomi intestinali e polmonari, con un’infezione che si risolve spontaneamente nel giro di due settimane. Tuttavia, i soggetti fragili quali bambini, anziani e immunocompromessi, possono avere conseguenze gravi e persino letali. Inoltre, in queste categorie di soggetti, i farmaci comunemente impiegati per il trattamento dell’infezione non sono efficaci.
Ultimamente si è ipotizzato che la modulazione del microbiota intestinale potrebbe rappresentare una promettente alternativa terapeutica ai farmaci anti- Cryptosporidium e pertanto un gruppo di ricercatori italiani ha condotto uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Microorganisms, per valutare la comunità microbica intestinale in base alla gravità della patologia.
Fasi dell’infezione da Cryptosporidium
L’infezione inizia con l’ingestione di oocisti, mediante l’assunzione di acqua o cibo contaminati o il contatto diretto animale-uomo o uomo-uomo. Una volta raggiunto l’intestino tenue, gli sporozoiti vengono rilasciati e si attaccano agli enterociti dell’ospite, all’interno dei quali si differenziano in trofozoiti.
Questi possono andare incontro a un duplice destino: o producono ulteriori merozoiti che infettano gli enterociti vicini e ricominciano il processo o si riproducono sessualmente producendo zigoti diploidi che si differenziano in oocisti. Queste oocisti possono quindi continuare a reinfettare l’ospite o essere rilasciati nell’ambiente per infettare altri individui.
Coinvolgimento del microbiota intestinale nella criptosporidiosi
Nel contesto della criptosporidiosi, studi preclinici e case report indicano che la modulazione del microbiota intestinale potrebbe rappresentare una promettente alternativa terapeutica ai farmaci attualmente disponibili.
Nei topi immunodepressi, il trattamento probiotico ha favorito l’eliminazione dell’infezione parassitaria, e ciò indica che la modulazione del microbiota intestinale può funzionare anche se il sistema immunitario dell’ospite non è perfettamente funzionante in quanto potrebbe dipendere dal metabolismo dell’indolo sul mitosoma del parassita.
Inoltre, negli esseri umani il trattamento probiotico si è rivelato utile nel combattere i sintomi dell’infezione da Cryptosporidium nei bambini immunocompetenti.
Firme batteriche in pazienti con malattia grave
Analizzando campioni di feci raccolti da pazienti con criptosporidiosi medio – grave, si è potuti risalire alla composizione del microbiota di questi soggetti. È stato evidenziato come nei pazienti colpiti da forma grave vi fosse una marcata riduzione della diversità alfa.
In particolare, la composizione del microbiota in questi pazienti mostrava abbondanza di Enterococcus spp., Bacteroides H, Streptococcus e Enterococcus spp., mentre nei campioni di controllo il microbiota risultava prevalentemente composto da Bifidobacterium spp., Gemmiger spp., Akkermansia spp., e Blautia spp.
È importante notare che il genere Enterococcus è composto da molte specie multi-farmaco-resistenti che, in quanto tali, possono aumentare sostanzialmente nella composizione del microbiota dei pazienti a cui sono stati somministrati più cicli di antibiotici.
Firme batteriche in pazienti con malattia lieve
Rispetto ai pazienti con malattia grave la composizione del microbiota nei pazienti con malattia lieve mostra la presenza di Phocaeicola spp., Akkermansia spp., Prevotella spp., Gemmiger spp., Faecalibacterium spp., Bifidobacterium spp e Bacteroides spp.
Tale composizione risulta simile a quella dei controlli sani, suggerendo che nelle forme meno gravi della malattia, la composizione del microbiota non si discosta tanto dai pazienti sani.
Relazione tra Bifidobacterium e Cryptosporidium
Bifidobacterium, è un genere di batteri che promuovono la salute, motivo per cui è un genere molto utilizzato per lo sviluppo di ceppi probiotici, compresi quelli progettati per combattere le infezioni parassitarie.
Uno studio in vitro ha scoperto che i surnatanti di ceppi di Bifidobacterium e Lactobacillus potrebbero inibire la vitalità delle oocisti di Cryptosporidium.
Pertanto, è possibile che Cryptosporidium infetti più facilmente i pazienti con basse abbondanze di Bifidobacterium, o che sia in grado di ridurre le abbondanze relative di quei batteri che sono più dannosi per la sua sopravvivenza. Questo, inoltre, apre la strada ad eventuali potenzialità terapeutiche dei probiotici per il trattamento di questa patologia.
Conclusioni
Un’infezione grave da Cryptosporidium ha un effetto maggiore sulla composizione del microbiota rispetto all’età, allo stato immunitario, all’uso di antibiotici o al coinvolgimento di altri organi, in termini sia di ricchezza di specie che di sovrabbondanza di Enterococcus.
Questa, è un’ulteriore prova che le modulazioni del microbiota intestinale possono rappresentare un’alternativa promettente a quei farmaci che non riescono ad avere effetto nei pazienti immunocompromessi. Inoltre, identificare firme microbiche associate alla malattia, potrebbe aiutare a sviluppare terapie alternative necessarie per proteggere le popolazioni vulnerabili.
