Butirrato prodotto da microbi intestinali migliora la risposta alle terapie antitumorali nel melanoma

Precedenti studi hanno dimostrato che il microbiota intestinale influenza il sistema immunitario producendo piccole molecole che hanno un impatto sulla crescita e sulla funzione di alcune cellule immunitarie. A questo proposito, un gruppo di ricercatori ha osservato di recente che gli acidi grassi a catena corta (SCFA), prodotti dai batteri intestinali, possono potenziare l’attività dei linfociti T CD8+ in grado di uccidere le cellule tumorali, aiutando il sistema immunitario a controllare in particolare la crescita del melanoma.

I risultati, pubblicati su Immunity, suggeriscono dunque che la dieta e i microbi intestinali possono influenzare la funzione delle cellule immunitarie e migliorare la risposta alla terapia antitumorale.

I linfociti T CD8+ sono cellule immunitarie chiave che aiutano a rilevare e uccidere le cellule tumorali. Tuttavia, una stimolazione costante può causare un “esaurimento dei linfociti T”, indebolendone la funzione. Precedenti studi hanno ipotizzato che gli SCFA, prodotti dai batteri intestinali durante la digestione delle fibre alimentari, svolgano un ruolo nella regolazione dei linfociti T CD8+. Per confermare questa ipotesi, Annabell Bachem dell’Università di Melbourne in Australia e i suoi colleghi hanno deciso di studiare come il microbiota intestinale e i suoi metaboliti influenzino la capacità dei linfociti T CD8+ di combattere il melanoma.

Fibre alimentari e SCFA

I ricercatori hanno condotto esperimenti in un modello murino di melanoma, dai quali è emerso che una maggiore produzione di SCFA è associata a un migliore controllo della crescita tumorale

Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che nei topi una dieta ricca di fibre è in grado di rallentare la crescita del tumore e di aumentare i livelli di batteri intestinali in grado di produrre SCFA, come le specie Akkermansia muciniphila e Bifidobacterium. Inoltre, la dieta ha promosso anche l’attività di una popolazione di linfociti T CD8+ che resistono all’esaurimento e mantengono una forte attività antitumorale. 

Infine, è stato osservato che il trattamento in vitro con butirrato dei linfociti T CD8+ prima del loro trasferimento in topi con melanoma ne ha determinato una maggiore sopravvivenza e una migliore capacità di uccidere le cellule tumorali rispetto ai linfociti T non trattati.

Immunità antitumorale

I ricercatori hanno poi esaminato i linfociti T CD8+ di pazienti con melanoma sottoposti a immunoterapia. Dai dati raccolti è emerso che i pazienti con una composizione del microbiota che faceva prevedere livelli più elevati di butirrato erano caratterizzati da una migliore risposta all’immunoterapia.

I risultati suggeriscono quindi che l’aumento della produzione di butirrato attraverso interventi dietetici può rafforzare l’attività dei linfociti T CD8+ e migliorare l’immunità antitumorale. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per verificare se questi risultati possano essere tradotti in strategie per il trattamento del cancro.

«Il nostro studio indica che preservare la funzione dei linfociti T CD8+ con attività antitumorale potrebbe rappresentare un fattore critico nella relazione, clinicamente rilevante, tra il microbiota e l’immunità antitumorale. Inoltre, i risultati ottenuti sottolineano che il contesto microbico in cui si verifica l’attivazione dei linfociti T CD8+ antitumorali ha una profonda influenza sulle loro funzioni successive», concludono gli autori.

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