Uno studio condotto su animali da laboratorio, coordinato alla Medical University of Vienna (Austria) e pubblicato sulla rivista Clinical Immunology, conferma la correlazione tra microbioma e allergie alimentari.

La scoperta, oltre a spiegare meccanismi fino a questo momento poco chiari, suggerisce nuove potenziali strategie terapeutiche nella gestione delle allergie alimentari.

Una delle più grandi sfide relative a queste patologie è l’imprevedibilità e la gravità delle reazioni allergiche. Ciò vale in particolar modo per le allergie alimentari, che da sole coprono il 41% delle reazioni avverse gravi come lo shock anafilattico.

Di qui la necessità di approfondire le conoscenze sui fattori scatenanti e sugli esatti meccanismi fisiologici.

Negli ultimi anni, gli autori dello studio hanno indagato sull’associazione fra allergie alimentari e l’assunzione di inibitori di pompa protonica: questa classe di farmaci, secondo varie ricerche, può aumentare (o addirittura provocare) risposte allergiche di tipo alimentare, che nel 60% dei casi riguardano la frutta a guscio. E questa associazione si verifica in molti soggetti, ma non in tutti.

Scopo primario della ricerca, condotta su un gruppo di 64 topi, è stato quindi stabilire quali fossero gli animali protetti dagli effetti delle allergie alimentari e in cosa si differenziassero dagli altri animali.

Per fare questo, gli animali sono stati prima di tutto sottoposti a un ciclo di sensibilizzazione, al fine di indurre una risposta allergica; al termine del ciclo sono stati selezionati 10 animali, secondo parametri legati alla risposta immunitaria.

Nello specifico, sono stati misurati gli anticorpi specifici (immunoglobuline E) che provocano la reazione allergica.

Altri dieci animali, la cui reazione allergica è stata viceversa importante, sono stati usati come gruppo di controllo.

Rispetto ai soggetti allergici, gli animali immuni hanno mostrato due caratteristiche fondamentali.

Anzitutto una maggiore integrità dell’epitelio intestinale, che sembra svolgere una funzione protettiva rispetto all’assorbimento degli allergeni e allo sviluppo di infiammazioni locali.

Tale integrità sembra garantita da una maggiore presenza di interleuchina 22, una citochina essenziale fra l’altro proprio per mantenere tale integrità.

In secondo luogo, negli animali non allergici è stata riscontrata una diversa composizione del microbioma intestinale, con un’abbondanza di batteri appartenenti alla specie Syntrhophaceae e Ruminococcaceae.

Negli animali allergici, viceversa, è stata rilevata una presenza maggiore di batteri appartenenti alla famiglia Porphyromonadaceae.

Le alterazioni nel microbioma intestinale sono associate a una serie di malattie, fra cui il diabete, l’obesità e alcuni tumori: secondo l’ipotesi più accreditata, nel caso delle allergie alimentari, un microbioma alterato non sarebbe in grado di contrastare gli effetti della risposta immunitaria, favorendo così la reazione allergica stessa.

Nel caso specifico, i ricercatori riportano di non poter stabilire una relazione di causa-effetto: i campioni fecali prelevati per esaminare la composizione del microbioma sono stati prelevati solo al termine dello studio e non è quindi possibile stabilire se il microbioma abbia un’influenza diretta sulla sensibilità alle allergie o se le alterazioni stesse siano state causate proprio dal processo di sensibilizzazione.

«Il nostro modello animale di allergie alimentari riflette in tutta probabilità quanto accade nei pazienti umani» concludono gli scienziati. «Senza ombra di dubbio è essenziale, per gli studi futuri, stabilire se le alterazioni nel microbioma osservate in questo studio retrospettivo possano servire per ottenere, in prospettiva, un fenotipo protetto dalle allergie alimentari».