Microbioma cutaneo: cosa ci insegna la pelle degli Yanomami dell’Amazzonia

Cosa vuol dire davvero avere una pelle sana? Un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, mette in discussione le definizioni convenzionali, basate quasi esclusivamente su dati provenienti da popolazioni occidentali e industrializzate. I ricercatori hanno analizzato il microbiota cutaneo degli Yanomami, una delle ultime comunità di orticoltori itineranti e cacciatori-raccoglitori dell’Amazzonia, con uno stile di vita pressoché incontaminato dalla modernità. I risultati hanno rivelato un ecosistema microbico estremamente ricco e complesso, che include non solo i batteri comuni anche nella pelle occidentale, ma anche numerosi microrganismi ambientali associati al mantenimento dell’omeostasi cutanea, al rafforzamento della barriera della pelle e alla riduzione dello stress ossidativo. Lo studio suggerisce che l’industrializzazione possa contribuire alla perdita di questi microrganismi benefici, sollevando nuovi interrogativi su quanto il nostro stile di vita influenzi, in profondità, l’equilibrio del microbiota e, di conseguenza, la salute della pelle.

Ambiente e stili di vita plasmano il microbiota cutaneo

La pelle non è solo una barriera fisica: rappresenta anche il primo punto di contatto tra il nostro organismo e l’ambiente esterno. A proteggerla e regolarla c’è un ecosistema invisibile, ma fondamentale: il microbiota cutaneo. Questo insieme di microrganismi contribuisce a mantenere l’equilibrio fisiologico della cute, regolando il pH, rafforzando la barriera cutanea e modulando la risposta immunitaria. La composizione del microbiota varia in base a numerosi fattori, come l’area del corpo, le caratteristiche individuali (età, sesso, abitudini) e lo stile di vita. È stato osservato, ad esempio, che chi vive in contesti rurali o in ambienti naturali ospita una maggiore diversità microbica rispetto agli abitanti delle città. L’urbanizzazione e le abitudini igieniche sembrano contribuire alla riduzione di questa varietà, con possibili implicazioni per la salute della pelle. Tuttavia, gran parte delle conoscenze disponibili proviene da studi condotti su popolazioni occidentali, limitando la comprensione globale del ruolo del microbiota cutaneo nella salute umana.

Cosa ci insegna la pelle degli Yanomami

Lo studio ha analizzato il microbiota cutaneo di 17 individui della comunità Yanomami dell’Amazzonia, di età compresa tra 1 e 70 anni, tramite sequenziamento metagenomico. I ricercatori hanno così ricostruito un ecosistema microbico sorprendentemente complesso, identificando ben 115 genomi batterici mai descritti prima. Accanto a generi comuni anche nelle popolazioni occidentali, la pelle degli Yanomami ospita numerosi batteri ambientali, spesso assenti sulla pelle degli individui delle popolazioni industrializzate, tra cui Brachybacterium, Brevibacterium, Microbacterium e Janibacter. Il microbiota osservato è risultato ricco e diversificato, con un ruolo potenzialmente protettivo: le analisi funzionali indicano, infatti, che contribuisca al mantenimento dell’omeostasi cutanea, rinforzando la barriera cutanea, contrastando lo stress ossidativo e modulando l’infiammazione. Particolarmente interessante la presenza e il ruolo della Malassezia globosa, un fungo eucariote dominante che potrebbe favorire la protezione contro patogeni e dermatiti. Infine, il monitoraggio di alcuni individui originari dell’occidente, immersi temporaneamente nell’ambiente amazzonico, ha mostrato che anche la loro pelle acquisiva i microbi ambientali Yanomami, che però scomparivano al ritorno in ambienti industrializzati. Un’ulteriore conferma di quanto il contatto quotidiano con determinati ambienti possa influenzare in profondità la composizione del microbiota cutaneo.

Conclusioni e prospettive future

In conclusione, i risultati di questo studio evidenziano come lo stile di vita e l’ambiente in cui si vive siano dei determinanti primari nella composizione del microbiota cutaneo, con l’industrializzazione che rappresenta probabilmente un fattore chiave nella progressiva perdita di microrganismi ambientali benefici, come quelli che arricchiscono il microbiota della pelle degli Yanomami. Le complesse comunità microbiche osservate sfidano l’idea, diffusa nei contesti occidentali, che una pelle sana corrisponda a un microbiota meno variegato. 

Al contrario, la diversità microbica, soprattutto se alimentata da microrganismi ambientali, potrebbe offrire vantaggi ancora non contemplati dai modelli attuali. Infine, lo studio suggerisce che il microbiota cutaneo adulto possa essere modificato in modo stabile da un’esposizione prolungata a determinati microrganismi, aprendo così la strada a nuove strategie terapeutiche: l’integrazione topica continua di microbi benefici potrebbe contribuire a migliorare la salute della pelle modulando il suo ecosistema naturale.

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