Come già dimostrato da numerosi studi, nelle patologie infiammatorie cronico intestinali, come la malattia di Crohn o la colite ulcerosa, la composizione e la funzionalità del microbioma risultano alterate.

Resta però ancora da capire se la disbiosi debba essere considerata una causa o una conseguenza dell’insorgere della patologia; informazione questa che potrebbe essere molto utile per lo sviluppo di terapie, di test diagnostici e prognostici e di strategie per monitorare la risposta al trattamento.

In un articolo pubblicato sulla rivista Gastroenterology, due ricercatori della University of North Carolina at Chapel Hill, Chapel Hill (USA), hanno affrontato la questione riassumendo, in una revisione sistematica, i risultati di tutti gli studi pubblicati in merito.

Secondo quanto riportato, è ormai riconosciuta dalla comunità scientifica la capacità dei principali microrganismi commensali (batteri, ma anche virus e funghi) di regolare a livello intestinale sia la risposta immunitaria, sia l’omeostasi della mucosa.

È stato inoltre osservato in diversi studi che i pazienti affetti da queste patologie posseggono un microbioma meno diversificato, caratterizzato da un aumento di specie batteriche considerate più aggressive (come per esempio ceppi di Escherichia coli adesivi-invasivi), e dalla riduzione di altre con effetto protettivo (come Clostridium e Faecalibacterium prausnitzii).

Questa disbiosi sembra promuovere, nei confronti della mucosa intestinale, un’alterata risposta del sistema immunitario che si traduce in danno mucosale e nel perdurare della malattia nel tempo.

Attualmente, la cura delle IBD è limitata dall’incapacità di predire la loro aggressività e la risposta del paziente alle terapie. Conoscere quali microrganismi protettivi siano assenti o poco rappresentati nel singolo paziente potrebbe quindi guidare, caso per caso, la scelta terapeutica.

La buona riuscita di questo approccio personalizzato dipenderà, in primo luogo, dalla possibilità di determinare la composizione del microbioma intestinale del singolo paziente mediante tecniche di 16S rRNA deep sequencing e di ricavare il profilo metagenomico microbico attraverso l’utilizzo appositi database di metabolomica.

Perché questa terapia mirata si riveli efficace saranno necessari sia miscele di specie batteriche protettive, sia trattamenti in grado di “colpire” i ceppi più aggressivi che si sono espansi. E infine dovranno essere individuati profili microbici che possano essere utilizzati come biomarker in grado di predire il decorso della malattia, allo scopo di ottimizzare le terapie.

Nel caso delle malattie infiammatorie intestinali, l’utilizzo di miscele batteriche preparate in laboratorio potrebbe garantire, rispetto al trapianto fecale, una risposta maggiormente prevedibile e minori effetti collaterali, come per esempio il rischio di trasmissione di un patogeno.

Inoltre, potrebbe rivelarsi efficace, in associazione o meno con farmaci immunosoppressivi, anche un intervento dietetico volto a riequilibrare il microbiota intestinale.

Gli autori dello studio ipotizzano quindi che il microbioma intestinale possa a breve diventare un target terapeutico specifico per la cura delle malattie infiammatorie intestinali: sebbene ad oggi l’utilizzo di antibiotici, probiotici e prebiotici si sia rivelato scarsamente efficace, studi in modelli animali hanno dimostrato come i batteri intestinali siano in grado di modulare l’infiammazione cronica, fornendo pertanto un razionale sufficiente per dare il via alla ricerca sia di agenti terapeutici in grado di modificare il microbioma sia di marker microbici prognostici.