Un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna ha pubblicato di recente una revisione sistematica che fa il punto della situazione sulla possibile correlazione fra la composizione del microbioma intestinale e l’invecchiamento.

È stato infatti dimostrato che, con l’avanzare dell’età, si riduce la diversità dei microrganismi che popolano l’intestino, aumenta la colonizzazione da parte di specie opportunistiche, con un riarrangiamento della popolazione saccarolitica e proteolitica, a favore di quest’ultima, e una riduzione dei ceppi batterici che producono acidi grassi a catena corta.

Secondo quanto riportato sulla rivista Mechanism of Ageing Development, a causare queste modificazioni potrebbero essere alcuni cambiamenti (fisiologici o inerenti allo stile di vita) tipici della terza età.

L’edentulia o un’alterata percezione del gusto o dell’olfatto potrebbero per esempio favorire un’alimentazione povera di fibre, che a sua volta provoca un calo della popolazione batterica in grado di estrarre questi nutrienti dai cibi.

Oppure, la progressiva diminuzione dell’attività fisica potrebbe ridurre la motilità intestinale, e di conseguenza provocare una maggiore proliferazione di batteri opportunisti.

Rimane ancora da capire se la modificazione del microbioma intestinale negli individui anziani debba essere considerata come una delle cause, o una delle conseguenze, delle patologie legate al processo di invecchiamento. O se, più probabilmente, si tratta dei due rovesci della stessa medaglia.

Se si analizza la questione da un punto di vista co-evolutivo e dell’ecosistema microbico, si può ipotizzare che gli individui più longevi siano caratterizzati da un microbioma intestinale in grado di ristabilire con l’organismo un nuovo equilibrio ogni qualvolta si verifica un cambiamento fisiologico o nello stile di vita.

È però fondamentale capire quali modificazioni del microbioma siano strettamente correlate all’avanzare dell’età, e quali invece siano legate alla “nazionalità” dell’individuo, e quindi alla genetica, allo stile di vita, all’ambiente e alle abitudini alimentari.

A questo scopo, sarà necessario confrontare i dati di sequenziamento del microbiota intestinale ottenuti da coorti di individui longevi sani reclutati in tutto il mondo, in modo da individuare eventuali analogie e chiarire come l’ecosistema microbico dell’intestino possa contribuire ad allungare la vita, ma soprattutto a conservare, più a lungo, una buona salute.

Patrizia Brigidi, la ricercatrice e docente dell’Università di Bologna che ha coordinato lo studio sul microbiota dei centenari.

«Il microbiota che colonizza il tratto gastrointestinale umano» spiega Patrizia Brigidi, autrice della pubblicazione e ricercatrice al dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna «rappresenta uno dei più complessi ecosistemi microbici a oggi identificati, in termini sia di concentrazione che di composizione. Il rapporto di simbiosi mutualistica del microbiota con l’uomo, impatta su numerose caratteristiche fisiologiche, metaboliche e immunologiche che possono avere un ruolo determinante sulla salute dell’ospite».

Prosegue Brigidi: «Negli ultimi anni l’impiego di tecniche per il sequenziamento massivo del genoma del microbiota intestinale, il microbioma, ha consentito di studiare in maniera approfondita non solo la sua diversità filogenetica, ma anche di identificare e annotare diversi array di geni microbici che codificano numerose funzioni biochimiche e metaboliche, non codificate dal genoma dell’uomo».

«Si è inoltre dimostrato» conclude l’esperta «che il microbiota intestinale presenta una traiettoria specifica nel corso della vita dell’ospite, con profili composizionali e funzionali correlati all’età. I nostri studi sui centenari e semi-supercentenari hanno consentito di identificare cluster di microrganismi e di loro geni che sono caratteristici dell’invecchiamento estremo e correlati a diversi aspetti metabolici e infiammatori dei centenari, confermando così il ruolo del microbiota nel processo pato-fisiologico dell’invecchiamento e aprendo prospettive di rimodulazione di un microbiota funzionalmente compromesso mediante opportuni interventi dietetici, assunzione di fibre, prebiotici e probiotici».