Microbiota, probiotici e IBS: a che punto siamo?

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Microbiota, probiotici e IBS: a che punto siamo?

Introduzione

Le patologie del tratto gastrointestinale sono ampiamente diffuse nella popolazione, con eziologia differente e vari livelli di gravità.
Tra queste, la sindrome dell’intestino irritabile (Irritable Bowel Syndrome, IBS) è una delle più comuni.
È un disordine funzionale del tratto digestivo che generalmente porta a dolore addominale, anomalie del movimento intestinale, diarrea o costipazione.
Può essere acuta o cronica, se i sintomi perdurano per almeno tre mesi.
L’eziologia è multifattoriale anche se rimane, ad oggi, ancora poco chiara.
Sembrerebbero infatti coinvolti svariati fattori quali predisposizione genetica e/o familiare, condizioni ambientali e psicologiche.[1]
Da recenti studi epidemiologici è inoltre emerso come questa patologia colpisca soprattutto soggetti giovani tra i 20 e 40 anni d’età.[2]

Terapie disponibili

La situazione attuale

La sindrome dell’intestino irritabile è abitualmente trattata farmacologicamente con antispasmodici, inibitori selettivi del reuptake della serotonina o antidepressivi triciclici, ma anche attraverso un approccio psicologico, per andare a ridurre soprattutto i livelli di stress. Sono talvolta applicate terapie complementari come agopuntura o preparati fitoterapici.
L’uso di farmaci in particolare, per quanto diffuso, non risulta sempre efficace comportando inoltre eventi avversi più o meno gravi in molti casi.[2]
Come anticipato, l’eziologia della sindrome rimane incerta nonostante sembrerebbe ormai assodato come la sua insorgenza sia spesso correlata a infezioni microbiche del tratto intestinale.[2]
I probiotici più volte hanno confermato un ruolo attivo nell’influenzare diversi meccanismi presumibilmente coinvolti nell’IBS modificando, per esempio, la composizione del microbioma, la motilità e permeabilità intestinale, l’ipersensibilità vescicale, le funzioni immunitarie, la funzionalità dell’asse intestino-cervello e la situazione di stress psicologico.
I soggetti colpiti da IBS presentano inoltre una composizione del microbioma intestinale differente rispetto ai controlli sani con una riduzione significativa soprattutto dei bifidobatteri e lattobacilli.
Anche il microbioma fecale risulta diverso. Bifidobacterium catenulatum e Clostridium coccoides sono infatti meno presenti nei campioni di feci prelevati da soggetti con SII rispetto al gruppo di controllo.
Numerosi studi hanno dimostrato una correlazione tra l’abbondanza di una specie probiotica e i sintomi correlati all’IBS. Per esempio, Rajilic-Stojanovic et al.[5] evidenzia come i sintomi siano correlati positivamente ai Gamma Proteobacteria e negativamente ai Bifidobacterium. Sono tuttavia consigliati ulteriori studi per analizzare il microbioma intestinale nei pazienti con IBS focalizzandosi sui sottotipi di sintomi.[3]

Le evidenze scientifiche che sostengono l’utilizzo di probiotici

I modelli animali sono stati utili nell’aiutare i ricercatori a individuare i fattori predisponenti l’instaurarsi dell’IBS e a studiare le modalità di interazione tra microbioma e ospite.
È opportuno però tenere in considerazione di come il microbioma murino e umano siano diversi. Non tutti i risultati sono dunque trasferibili all’uomo soprattutto per la mancanza di un biomarcatore di infiammazione identificativo per l’IBS. Gli studi sembrano tuttavia promettenti.[4]

Gli studi clinici

Non sono molti finora i trial pubblicati che hanno approfondito la composizione del microbioma intestinale in soggetti affetti da sindrome dell’intestino irritabile prima e dopo la somministrazione di probiotici, per cui i dati a disposizione sono ancora preliminari.
L’assunzione di probiotici in questi soggetti sembrerebbe tuttavia aumentare il numero di Lactobacilli e Bifidobacteria, la produzione di metaboliti quali acido lattico o acidi grassi a catena corta, duplicare la protezione da un ampio spettro di agenti patogeni riducendone inoltre la loro aderenza alla parete intestinale.[1]
Per avere un quadro più completo del ruolo che i probiotici rivestono nell’IBS, prendiamo in considerazione due recenti revisioni sistematiche completate da meta-analisi.
Tiequn e i suoi colleghi della Zhejiang University hanno raccolto e analizzato le evidenze scientifiche disponibili dal 1966 al 2013 riguardo l’efficacia di Lactobacillus nel trattamento della SII. Lo studio è stato pubblicato nel 2014 su Internal Medicine.
Dei 67 studi identificati in prima battuta, ne sono stati considerati soltanto sei ai fini della analisi, tre condotti su popolazione adulta e tre su soggetti pediatrici, tutti in doppio cieco, randomizzati, controllati con placebo e con un punteggio di qualità Jadad score elevato. Dalla meta-analisi condotta emerge che il trattamento con Lactobacillus risulta efficace se confrontato con placebo e privo di effetti collaterali con livelli di Odds Ratio pari a 17.62 e 3.71 rispettivamente nel gruppo di pazienti adulti e in quello pediatrico.
Nonostante il supplemento di Lactobacillus risulti consigliato sulla base dei risultati di questa revisione, bisogna tenere presente le dovute limitazioni.
I dati provenienti dai sei studi considerati sono infatti insufficienti per raccomandarlo come prima linea di terapia o per valutarne effetti a lungo periodo. Il meccanismo d’azione rimane inoltre ancora imprecisato.
Essendo quello dei probiotici un campo di interesse diffuso e in continua innovazione ha suscitato anche l’interesse di Tina Didari e del suo gruppo di lavoro presso l’Università di Tehran.
Il Word Journal of Gastroenterology ha pubblicato la revisione sistematica da loro condotta sulla letteratura scientifica disponibile dal 2007 al 2013. Ai fini della meta-analisi sono stati considerati 15 studi randomizzati e in doppio cieco per un totale di 1793 pazienti.
Lo scopo dello studio è stato quello di indagare l’efficacia dell’uso dei probiotici nel trattamento dell’IBS analizzando le differenze col placebo nel tempo e relativamente ai singoli sintomi come il dolore e tensione addominale, gonfiore e aerofagia.
È stata presa in esame inoltre, sempre in confronto con placebo, anche la qualità di vita (QoL), la composizione e le caratteristiche della barriera intestinale.
Dall’analisi complessiva dei risultati hanno potuto dunque affermare come l’assunzione di probiotici riduca in misura significativa i sintomi dolorosi a otto settimane di distanza dall’inizio del trattamento. Le differenze tra il gruppo di controllo e in trattamento si riducono invece a dieci settimane suggerendo come la loro efficacia si riduca con l’uso a lungo termine.
Il gruppo trattato ha riferito inoltre una diminuzione della sintomatologia generale (dolore, distensione e gonfiore, aerofagia) circa doppia rispetto al gruppo di controllo. I probiotici riducono infine le complicazioni legate all’IBS dopo quattro settimane e dopo sei settimane nei pazienti pediatrici.
È favorita la funzionalità della barriera intestinale dopo 4 e 12 settimane di trattamento nei pazienti pediatrici, dopo 8 nelle donne adulte.
Complessivamente dunque la revisione sistematica condotta ha dimostrato i benefici dei probiotici nella qualità della vita e in generale nella sintomatologia della sindrome dell’intestino irritabile.[2]

Conclusioni

Entrambe le revisioni presentate hanno analizzato studi eterogenei che hanno applicato differenti scale valutative per i sintomi considerati e non tutti i risultati presentati i sono dimostrati statisticamente significativi.
Nonostante queste limitazioni, l’uso dei probiotici, qualora opportunamente gestito, sembra avere un ruolo positivo nel trattamento della sindrome dell’intestino irritabile.
Ulteriori trial ad hoc sono comunque necessari per confermarne l’efficacia sia nell’alleviare i sintomi della patologia sia nel migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Bibliografia

[1]Eleonora Distrutti et al, 2016 Gut microbiota role in irritable bowel syndrome: New therapeutic strategies. World J Gastroenterol. Feb 21; 22(7): 2219–2241.

[2]Didari T et al, 2015 Effectiveness of probiotics in irritable bowel syndrome: Updated systematic review with meta-analysis. World J Gastroenterol.; 21(10): 3072–3084.

[3]Fan WT et al, 2017 Close association between intestinal microbiota and irritable bowel syndrome. European Journal of Clinical Microbiology & Infectious Diseases
pp 1–15

[4]Shanahan, Quigley EM et al., 2014 Manipulation of the microbiota for treatment of IBS and IBD-challenges and controversies. Gastroenterology Volume 146, Issue 6, Pages 1554–1563

[5]Rajilić-Stojanović M, Biagi E, HGHJ H, Kajander K, Kekkonen RA, Tims S, de Vos WM (2011) Global and deep molecular analysis of microbiota signatures in fecal samples from patients with irritable bowel syndrome. Gastroenterology 141(5):1792–1801

Silvia Radrezza
Laureata in Farmacia presso l’Univ. degli Studi di Ferrara, consegue un Master di 1° livello in Ricerca Clinica all’ Univ. degli Studi di Milano. Borsista all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS dal 2017 al 2018, è ora post-doc presso Max Planck Institute of Molecular Cell Biology and Genetics a Dresda (Germania).

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