Calcoli renali: microbioma intestinale tra i fattori di rischio

21 Dicembre 2016

Nephrology Division, NYU School of Medicine – New York (USA) STUDIO ORIGINALE

Secondo una recente ricerca della New York University, la composizione del microbioma intestinale è correlata in modo diretto con la formazione di calcoli renali.

La ricerca, pubblicata lo scorso novembre sull’International Journal of Surgery, è uno studio comparativo di precedenti ricerche sull’argomento, focalizzato in modo particolare sull’effetto delle terapie antibiotiche e probiotiche nei confronti del microbioma intestinale.

I calcoli renali hanno cause genetiche e ambientali: nel 56% dei casi la patologia ha una componente ereditaria, ma il rischio è influenzato anche da fattori come la dieta, l’esercizio fisico, l’ambiente di lavoro e la provenienza geografica.

Una caratteristica prevalente della malattia è la presenza di ossalato di calcio, del quale i calcoli sono composti nel 75% dei casi. La presenza di ossalato nelle urine è considerata infatti un fattore di rischio per la malattia.

Nel microbioma umano esistono però alcune specie batteriche in grado di scomporre l’ossalato di calcio durante la digestione, riducendone l’assorbimento e proteggendo l’apparato urinario dalla formazione di calcoli.

Nello specifico, è importante il ruolo dell’Oxalobacter formigenes, un batterio scoperto nel 1985.

Studi recenti hanno associato la presenza di calcoli renali a un microbioma alterato, caratteristica comune ad altre patologie fra cui obesità, malattie cardiovascolari, allergie e sindromi metaboliche.

L’incidenza di queste malattie è in aumento nei paesi occidentali, e sono state avanzate preoccupazioni proprio in merito alla dieta e allo stile di vita occidentale, che provocano importanti alterazioni nell’equilibrio del microbioma umano.

L’Oxalobacter formigenes, nello specifico, sembrerebbe essere la specie batterica più adatta a difendere l’organismo dai calcoli: diversi studi epidemiologici dimostrerebbero che causa una riduzione del rischio del 70% per la patologia.

La presenza del batterio negli esseri umani è molto variabile, ed è direttamente correlata con l’esposizione agli antibiotici.

Nelle popolazioni meno propense a ricorrere a terapie antibiotiche, infatti, il batterio è più spesso presente.

Proprio gli antibiotici, secondo altri studi, sono responsabili di una riduzione consistente e a lungo termine della popolazione di Oxalobacter nel microbioma umano, cosa che rappresenterebbe di per sé un fattore di rischio importante per la formazione di calcoli.

Viceversa, sembra percorribile una strategia terapeutica che preveda la somministrazione di probiotici specifici: studi su modelli animali confermano che l’Oxalobacter è in grado di sopravvivere se trapiantato in un altro organismo, mantenendo gli stessi effetti di riduzione dell’ossalato nell’organismo, e può essere quindi usato come probiotico.

I ricercatori sottolineano che non può essere stabilita, allo stato attuale, una relazione di causa-effetto fra calcoli e microbioma alterato: gli studi sull’argomento sono ancora nelle prime fasi, e sarebbe prematuro arrivare a conclusioni simili.

Quanto emerso da questo studio, tuttavia, è importante per definire le strategie future, e le nuove tecnologie di sequenziamento e di analisi potrebbero fornire risposte più esaurienti sul tema.

Davide Soldati

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