Per la prima volta in Italia sono stati realizzati sei trapianti di microbiota pediatrico intestinale. A eseguirli sono stati i medici dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che hanno sviluppato e messo a punto un protocollo clinico specifico.

Abbiamo intervistato Lorenza Putignani, responsabile dell’Unità operativa semplice di Parassitologia e dell’Unità di ricerca sul microbioma umano del Bambino Gesù.

Come nasce questo protocollo?

«Il programma è partito sulla base delle esperienze sull’adulto dei colleghi del Policlinico Gemelli. Abbiamo traslato questa esigenza nel bambino, allestendo un protocollo originale e anche procedure specialistiche di laboratorio per realizzarlo».

Perché avete sentito la necessità di un protocollo specifico per il trapianto di microbiota pediatrico?

«La medicina del bambino non è quella dell’adulto. Inoltre in età pediatrica assistiamo all’evoluzione dell’organismo. C’è un processo chiamato “programming” nel gergo specifico del microbiota, che indica la programmazione del microbiota nel periodo che va dagli 0 ai 18 anni d’età. Questo vuol dire che alla variabilità dei profili di microbiota, tipici dell’adulto, si aggiungono una variabilità e una complessità legate alle varie età di sviluppo del bambino. Per scegliere i donatori, quindi, si deve fare una riflessione sia sul fattore età, sia su come il bambino si colloca all’interno della famiglia e all’interno di quello che è il trasferimento del microbiota nella stessa. Inoltre bisogna considerare l’eticità della procedura in ambito pediatrico. Per questo serve un team multidisciplinare che valuti dall’inizio la candidabilità al trapianto fecale e che segua le operazioni di FMT dal pre-trapianto al follow-up».

Chi sono i donatori idonei al trapianto di microbiota pediatrico?

«In prima istanza i genitori. Questo perché il bambino “conosce” già le comunità microbiche che circolano all’interno della famiglia e il suo organismo è come se fosse stato già esposto ai batteri intestinali dei genitori. Inoltre c’è anche un motivo sociale: è più facile coinvolgere i genitori e il bambino sarà più portato ad accettare il trapianto. Qualora il microbiota intestinale genitoriale non passi tutte le prove di screening si valutano altri donatori adulti vicini alla famiglia o donatori di cui si è già testata l’efficienza del loro microbiota».

Quali analisi vengono condotte prima del trapianto di microbiota pediatrico intestinale?

«Lo screening, una delle prime e più importanti fasi, è molto complesso. Le feci dei potenziali donatori vengono caratterizzati in primis da esami di tipo infettivologico per patogeni batterici, virali e parassitari. Vengono poi caratterizzati per marcatori di infiammazione, parametri chimico-clinici e profili stessi di microbiota. Una delle modifiche specifiche del protocollo per il trapianto di microbiota pediatrico è proprio l’inserire, all’inizio, l’analisi per il profilo di microbiota, cioè l’analisi metagenomica. In questo modo possiamo avere tutte le informazioni possibili allo stato attuale su ciò che verrà utilizzato nel materiale da donare.

Accanto a questo ci sono questionari somministrati al donatore in cui si discute delle sue abitudini. Solo dopo questo screening clinico laboratoristico e anamnestico il potenziale donatore viene inserito nel flusso di lavoro. La donazione del materiale fecale deve essere effettuata entro quattro settimane da tutte le operazioni di screening effettuate».

Sono emersi ceppi particolarmente utili al trattamento di determinate patologie?

«Stiamo realizzando un progetto che considera più di duemila profili di microbiota del bimbo per vedere se si può realizzare un ultimo step di correlazione tra quadro di profilo microbiotico e specifiche patologie».

I trapianti sono stati effettuati tramite endoscopia. Avete valutato la possibilità di utilizzare altre tecniche?

«Su questo argomento si stanno confrontando tutti i clinici del mondo. Abbiamo valutato la possibilità di utilizzare altre metodiche come il sondino naso-gastrico. Nel mondo si utilizzano capsule preparate ad-hoc. Dall’esperienza sull’adulto dei colleghi del Gemelli abbiamo imparato che è molto importante per la stabilità e per la persistenza del microbiota che viene infuso utilizzare la colonscopia. La decisione finale sulla metodologia si discute con i clinici e gli endoscopisti. È una decisione collegiale volta a garantire l’efficacia migliore dell’infusione stessa. L’analisi dei trial clinici che saranno pubblicati nel prossimo futuro ci aiuterà moltissimo».

Da questa sperimentazione potrebbe nascere un trial?

«Sì. Questo è solo l’inizio di un lungo cammino. Il nostro passo successivo sarà quello di valutare la possibilità di aprire dei trial clinici».

A che punto siamo con la regolamentazione del trapianto di microbiota fecale?

«Questo è un punto centrale e c’è da fare una considerazione molto importante. Una delle prime definizioni di microbiota è “tissue organ“, tessuto d’organo. La complessità di questa definizione ci fa pensare che il microbiota non possa essere considerato come un trattamento farmacologico perché è lungi dall’essere una molecola o un principio attivo. Quindi deve essere guardato al pari di tutti gli altri trapianti d’organo. Molto probabilmente ⎼ ma ci sono evidenze regolatorie già a livello di Consiglio superiore della sanità ⎼ bisognerà normare, valutare e regolamentare il microbiota per la sua funzione di organo.

In Europa si tende a fare una valutazione come farmaco, ma ritengo che in questo gli italiani siano molto più avanti e abbiano una concezione molto più matura della complessità del trapianto di microbiota intestinale».

Quali sono le prospettive future sul trapianto di microbiota fecale?

«Le prospettive sono molto aperte. Ci sono varie patologie su cui vi sarà moltissimo lavoro da fare, soprattutto nell’ambito del trapianto di microbiota pediatrico. Ad esempio, trattare la selezione di germi multiresistenti nel bambino a seguito di trattamenti immunosoppressivi e trapianti di organo solido. Credo che si aprano possibilità enormi che devono essere gestite con competenza e serietà professionale da parte di tutti gli operatori coinvolti nel processo».