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IBS: individuato per la prima volta possibile marker di efficacia per L. paracasei DG

Il probiotico potrebbe ridurre i sintomi addominali riducendo la disbiosi intestinale.
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IBS: individuato per la prima volta possibile marker di efficacia per L. paracasei DG

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IBS e microbiota intestinale, un binomio sempre più al centro della ricerca clinica. La possibilità di alleviare i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile attraverso la modulazione dell’ecosistema intestinale è uno dei fronti attualmente più promettenti della ricerca.

Tra le diverse presentazioni fatte al congresso IBS DAYS, che si è tenuto a Bologna a fine giugno, uno studio multicentrico, che ha coinvolto 20 centri italiani coordinati da Giovanni Barbara, gastroenterologo in forza all’Università di Bologna, presentato da Simone Guglielmetti, microbiologo dell’Università di Milano, ha dimostrato che Lacticaseibacillus paracasei DG riduce il disagio addominale in molti pazienti IBS disbiotici non costipati, probabilmente attraverso la riduzione di alcuni batteri noti patobionti, cioè abitanti del microbiota intestinale umano riconosciuti in grado di svolgere azioni negative per la salute. Tra questi batteri, è emerso come particolarmente rilevante la specie Collinsella aerofaciens

«Collinsella aerofaciens è un batterio considerato patobionte, cioè un comune abitante del microbiota intestinale umano che è risultato associato a diverse patologie quali l’artrite reumatoide, la steatoepatite non alcolica e l’aterosclerosi sintomatica» spiega Simone Guglielmetti «è stato proposto come un biomarker per l’obesità ed è stato dimostrato sperimentalmente in grado di aumentare la permeabilità intestinale e la gravità dell’artrite nei topi».

Lo studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, è stato condotto somministrando per 12 settimane L. paracasei DG in pazienti con IBS che non presentavano stipsi. Al fine di stabilire se i pazienti che beneficiano del trattamento probiotico (responder, RESP) hanno caratteristiche che li distinguono dai pazienti che non hanno osservato miglioramenti significativi (non responder, NR), sono stati confrontati i livelli di batteri fecali tra i due gruppi

L’analisi ha evidenziato che: 

  • Il gruppo RESP è caratterizzato da una abbondanza significativamente maggiore di diversi gruppi batterici che, in altri studi, risultano “espansi” nei pazienti IBS rispetto ai soggetti sani, come Bacteroides plebeius, Dorea spp., Ruminococcus bromii, Ruminococcus spp., Blautia spp., e Collinsella aerofaciens;
  • Il trattamento con L. paracasei DG ha indotto una riduzione di Collinsella aerofaciens (identificato come il gruppo tassonomico più importante per distinguere i pazienti RESP dai NR) nel gruppo RESP; 
  • Nessun cambiamento in termini di Collinsella aerofaciens è stato osservato nel gruppo NR o nel gruppo placebo

Risultati simili sono stati osservati anche analizzando nuovamente i dati di un precedente studio clinico condotto con L. paracasei DG in pazienti con IBS. 

In particolare, è stato riscontrato che i pazienti in cui C. aerofaciens risultava diminuito durante il trattamento probiotico, presentavano contemporaneamente una significativa diminuzione del dolore addominale (P=0,049) e un miglioramento della consistenza fecale.

«Questi risultati dimostrano che grazie alla ricerca saremo presto in grado di superare il concetto di ‘una terapia per tutti’ che ha fino ad ora fallito» commenta Giovanni Barbara. «L’intestino irritabile più di molte altre patologie gastrointestinali è segnato da una risposta efficace alle terapie solo in un sottogruppo di pazienti. La sfida del futuro è quella di identificare questi sottogruppi in modo da personalizzare le terapie in base alla risposta clinica. Per questo sono necessari degli indicatori, i cosiddetti biomarcatori di risposta terapeutica che fino ad oggi sono sfuggiti. I profili di microbiota rappresentano una opportunità straordinaria per selezionare i pazienti responders. Questo studio ha identificato con successo uno specifico profilo capace di selezionare quel gruppo di pazienti che rispondono in maniera efficace a L. paracasei DG».

L. paracasei DG potrebbe, quindi, rappresentare un’opzione terapeutica interessante per migliorare la sintomatologia in pazienti IBS non costipati con disbiosi intestinale. 

Il meccanismo d’azione di questo probiotico potrebbe essere proprio la modulazione di Collinsella aerofaciens, un batterio che ha dimostrato di contribuire a stati immunitari pro-infiammatori. «I probiotici come L. paracasei DG» aggiunge Guglielmetti «sono stati dimostrati in grado di modificare la composizione del microbiota intestinale umano, ma i meccanismi con cui ciò avviene non sono stati verificati. Si può ipotizzare che un ruolo importante possa essere svolto dall’acido lattico prodotto e dalla capacità immunomodulatoria del batterio».

Sottolinea Guglielmetti: «Questo è il primo studio che propone uno specifico batterio come un potenziale marcatore di efficacia del trattamento probiotico in pazienti IBS. Se questo risultato venisse confermato dagli studi futuri, si potrebbe avere la possibilità di individuare in anticipo quali pazienti IBS con alvo non costipato possono ricevere un beneficio clinico significativo dall’assunzione di questo specifico prodotto probiotico.

«Le prospettive e le opportunità sono straordinarie anche se abbiamo bisogno di ulteriori ricerche» conclude Barbara. «Innanzitutto abbiamo bisogno di confermare in uno studio clinico randomizzato che la preselezione dei pazienti in base ai profili di microbiota aumenta come prevedibile la risposta clinica. Successivamente saranno necessarie strategie di medicina di precisione per identificare questi pazienti prima di sottoporli alle terapie probiotiche. In un futuro non molto lontano potranno essere messi a disposizione dei pazienti test rapidi per l’identificazione di precisi profili di microbiota che forniscano alte probabilità di risposta a determinati probiotici».

Redazione

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