Livelli elevati di colesterolo nel sangue possono portare a malattie cardiache. Per tenerli sotto controllo, una persona su 4 sopra i 40 anni assume statine.
Sebbene l’uso di questi farmaci sia altamente raccomandato per ridurre il rischio di malattie cardiache, è stato osservato che le statine aumentano la glicemia, aumentando così il rischio di sviluppare diabete di tipo 2.
Un recente studio condotto sull’uomo e sui topi mostra che alti livelli di zucchero nel sangue indotti dalle statine sono associati ai livelli di alcuni batteri intestinali e dei loro metaboliti.
I risultati, pubblicati su Cell Metabolism, suggeriscono anche che l’ursodiolo, un acido biliare secondario prodotto dai batteri intestinali, può aiutare a ridurre gli effetti avversi delle statine sulla glicemia.
Statine e diabete, una relazione ancora sconosciuta
Non è noto il motivo per cui alcune persone trattate con statine sviluppino il diabete di tipo 2; tuttavia, è stata dimostrata un’associazione tra i cambiamenti nella composizione e nella funzione del microbiota intestinale e due fattori di rischio per il diabete, ovvero l’obesità e la resistenza all’insulina.
Per indagare se il microbiota intestinale e i suoi metaboliti possano contribuire all’aumento dei livelli di zucchero nel sangue associati alla terapia con statine, i ricercatori guidati da Jianqing She della First Affiliated Hospital of Xi’an Jiaotong University in Cina hanno monitorato 30 pazienti trattati con statine e 10 soggetti di controlli per 16 settimane.
Metabolismo degli acidi biliari
I ricercatori hanno scoperto che i pazienti trattati con statine sono caratterizzati da una minore abbondanza di batteri Clostridium nelle feci rispetto ai controlli.
Questi individui mostravano anche livelli alterati di acidi biliari secondari nel sangue e nelle feci. Gli acidi biliari secondari sono prodotti dai microbi intestinali e possono regolare la composizione microbica.
In particolare, il trattamento con statine ha aumentato i livelli fecali di acido chenodesossicolico, un acido biliare primario prodotto nel fegato, ma ha diminuito i livelli di ursodiolo, un acido secondario di derivazione microbica.
Precedenti studi hanno dimostrato che gli enzimi microbici intestinali convertono l’acido chenodesossicolico in ursodiolo. «L’alterazione del rapporto acido chenodesossicolico/ursodiolo dopo la terapia con statine implica che le statine potrebbero influenzare il metabolismo degli acidi biliari regolando la composizione del microbiota intestinale», affermano i ricercatori.
A questo proposito, il team ha scoperto che l’abbondanza di specie Clostridium fecali era associata alla trasformazione dell’acido chenodesossicolico in ursodiolo e che livelli più bassi di questi microbi erano correlati a livelli di zucchero nel sangue più elevati.
Asse ursodiolo-Clostridium
Per studiare gli effetti delle statine sul metabolismo degli zuccheri, i ricercatori hanno trattato i topi con questi farmaci per 12 settimane, osservando la comparsa di intolleranza al glucosio, una condizione metabolica caratterizzata da livelli di zucchero nel sangue più alti del normale, ma non tali da indicare una diagnosi di diabete di tipo 2.
Il trapianto di batteri Clostridium nell’intestino dei topi o la somministrazione di ursodiolo ai roditori ha migliorato l’intolleranza al glucosio indotta dalle statine.
Inoltre, la somministrazione di ursodiolo ha alleviato l’intolleranza al glucosio anche nei pazienti trattati con statine, senza però compromettere l’effetto ipocolesterolemizzante del farmaco.
Conclusioni
«I nostri risultati forniscono la prova che il targeting dell’asse ursodiolo-Clostridium protegge dall’intolleranza al glucosio indotta dalla terapia con statine», affermano i ricercatori. «Poiché l’ursodiolo viene comunemente prescritto per il trattamento di pazienti affetti da malattie epatiche, è ragionevole aspettarsi che la terapia combinata con le statine possa diventare il nuovo standard di cura per la terapia ipolipemizzante».
Tuttavia, sono necessari studi più ampi per confermare i benefici cardiovascolari a lungo termine di tale trattamento.
