• Fibre alimentari: gli effetti sui batteri intestinali
• Quali implicazioni per la salute?

Stato dell’arte
Le fibre di origine vegetale hanno effetti benefici sul microbiota intestinale. Ma non è chiaro se sia possibile utilizzarle per manipolare con precisione i microbi intestinali.

Cosa aggiunge questo studio
Da uno studio condotto su 40 individui sani è emerso che una serie di amidi di origine vegetale inducono specifici effetti sul microbiota intestinale, che a loro volta causano cambiamenti nella produzione di metaboliti microbici (propionato e butirrato) con proprietà antitumorali e antinfiammatorie.

Conclusioni
I risultati potrebbero favorire l’uso delle fibre alimentari per manipolare il microbiota intestinale e le sue funzioni, con effetti benefici per la salute umana.

Gli alimenti a base vegetale contengono fibre che hanno effetti benefici sul microbiota intestinale, ma non è ancora chiaro se sia possibile definire con precisione gli effetti delle fibre alimentari sui batteri intestinali.

I risultati di un recente studio, pubblicati su Cell Host & Microbe, potrebbero però favorire l’uso delle fibre alimentari per manipolare il microbiota intestinale e le sue funzioni, con effetti benefici per la salute umana.

La fermentazione batterica delle fibre alimentari produce acidi grassi a catena corta come acetato, propionato e butirrato, che si ritiene abbiano effetti antitumorali e antinfiammatori nell’uomo. Ma, avvertono i ricercatori, «rimane da individuare l’esatta dose di fibre alimentari richiesta per osservare cambiamenti attendibili ed è necessario capire se tali dosi siano tollerabili dall’uomo».

Il team di ricercatori, guidato da Jens Walter della University of Alberta in Canada, ha perciò testato l’ipotesi che piccole differenze nella struttura chimica delle fibre alimentari possano essere utilizzate per indurre cambiamenti nella composizione e nella funzione del microbiota intestinale. Gli studiosi hanno quindi reclutato 40 individui sani e confrontato gli effetti di tre amidi sulla composizione del microbiota e sui livelli di acidi grassi a catena corta. Gli amidi utilizzati sono derivati ​​da mais, patate e tapioca. L’amido resistente (corn starch) è stato usato come placebo.

Fibre alimentari: gli effetti sui batteri intestinali

I partecipanti allo studio hanno consumato gli amidi per quattro settimane in modo da ottenere un aumento graduale delle fibre alimentari da 10 a 50 grammi al giorno. Alte dosi di amidi sono risultate generalmente ben tollerate e non hanno causato nausea, gonfiore, dolore addominale e diarrea. Solo l’amido di patate ha indotto un aumento dei movimenti intestinali alla dose di 50 grammi al giorno.

Gli amidi di mais e tapioca hanno avuto effetti diversi sulla composizione del microbiota intestinale. L’amido di mais è risultato associato a un aumento dei batteri correlati a Eubacterium rectale, Oscillibacter, Ruminococcus e Anaeromassilibacillus e a una riduzione dei microbi correlati a Ruminococcus callidus, Agathobaculum butyriciproducens e Adlercreutzia equolifaciens.

Al contrario, l’amido di tapioca è risultato associato a un arricchimento di batteri appartenenti alla famiglia Porphyromonadaceae, al genere Parabacteroides e ad altri microbi correlati a Parabacteroides distasonis, Faecalibacterium prausnitzii ed Eisenbergiella. L’amido di tapioca è stato anche associato a una riduzione dei batteri appartenenti al genere Ruminococcaceae e dei microbi correlati a Eubacterium hallii e Clostridium viride.

Sebbene il consumo di amidi di mais e tapioca non abbia alterato le concentrazioni totali di acidi grassi a catena corta, i due amidi hanno mostrato effetti diversi sulle singole molecole di acidi grassi. In particolare, l’amido di mais ha aumentato i livelli di butirrato, mentre l’amido di tapioca ha aumentato quelli di propionato. Né il placebo né l’amido di patate hanno invece modificato le concentrazioni di acidi grassi a catena corta.

Quali implicazioni per la salute?

Nonostante le differenze nei cambiamenti della composizione del microbiota intestinale mediati dall’amido in diversi individui, i ricercatori hanno osservato un aumento consistente di E. rectale e P. distasonis negli individui che hanno ricevuto rispettivamente amido di mais e di tapioca.

Per questo motivo, il team di ricercatori ha ipotizzato che l’amido di mais possa essere usato per correggere la disbiosi batterica osservata nel diabete di tipo 2, dove l’abbondanza di E. rectale è ridotta. Inoltre, secondo i ricercatori «le proprietà immunoregolatorie del butirrato rendono l’amido di mais un candidato per il trattamento e la prevenzione del carcinoma del colon-retto, delle malattie infiammatorie croniche intestinali e dell’infiammazione associata all’obesità».

L’amido di tapioca, invece, potrebbe essere usato per correggere le comunità disbiotiche con bassi livelli di P. distasonis, che caratterizzano condizioni come l’obesità e la steatosi epatica non alcolica. «Il propionato potrebbe rappresentare un target dell’amido di tapioca per il trattamento dell’insulino-resistenza e dell’obesità”, aggiungono i ricercatori.

Poiché gli amidi di mais e tapioca vengono utilizzati nella produzione di molti alimenti a base di farina, gli autori dello studio sostengono che potrebbero essere facilmente incorporati negli alimenti a fini medici speciali per popolazioni specifiche di pazienti e nella fornitura alimentare generale”.