Dal 1990, i tassi di obesità globale sono più che raddoppiati, con circa 1 miliardo di persone in tutto il mondo classificate come obese nel 2022.
Di recente, un gruppo di ricercatori ha scoperto che alcuni microbi presenti nell’intestino delle persone obese svolgono un ruolo chiave nella degradazione del mio-inositolo, uno zucchero coinvolto nel metabolismo dei grassi, aumentando l’assorbimento dei lipidi e promuovendo l’obesità.
I risultati, pubblicati su Cell Host & Microbe, suggeriscono che questi microrganismi potrebbero essere utilizzati come target terapeutico per gestire l’obesità.
Obesità e sovrappeso
L’obesità è influenzata da fattori sia genetici sia ambientali, come il consumo eccessivo di cibo. Diversi studi hanno ipotizzato che anche il microbiota intestinale potrebbe influenzare i processi metabolici e la gestione del peso.
In particolare, è stato osservato che specifici microbi intestinali, tra cui Ruminococcus, sono collegati all’obesità. Tuttavia, le funzioni di questi microrganismi non sono ancora chiare.
Per valutare la possibile esistenza di un’associazione causale tra specifici microbi intestinali e l’obesità, i ricercatori guidati da Chao Wu della Shanghai Jiao Tong University School of Medicine, in Cina, hanno analizzato il microbiota intestinale di 631 persone obese e 374 controlli normopeso.
Megamonas indicatore di obesità
I ricercatori hanno scoperto che specifici batteri intestinali, in particolare quelli appartenenti al genere Megamonas, sono più abbondanti nelle persone obese rispetto ai controlli. In particolare, tre specie di Megamonas (M. rupellensis, M. hypermegale e M. funiformis) sono risultate associate a una circonferenza della vita maggiore, a un aumento del peso corporeo e a un indice di massa corporea più elevato.
Inoltre, le persone obese con livelli più alti di Megamonas avevano un indice di massa corporea più alto e una disfunzione metabolica più grave rispetto ai soggetti obesi con livelli più bassi di Megamonas.
«Nel complesso, i nostri risultati evidenziano il significativo arricchimento di Megamonas in caso di obesità e suggeriscono che i livelli di questi batteri potrebbero essere utilizzati come indicatori di obesità», affermano i ricercatori.
Ulteriori analisi hanno indicato che sia la predisposizione genetica sia la composizione del microbiota intestinale influenzano l’obesità, con la presenza di Megamonas che aumenta il rischio di obesità negli individui geneticamente predisposti.
Metabolismo dei grassi
I ricercatori hanno poi dimostrato che la somministrazione di M. rupellensis a topi alimentati con una dieta ricca di grassi ha causato un maggior aumento di peso, livelli più elevati di zucchero nel sangue e un aumento della deposizione di grassi nel fegato rispetto ai topi di controllo nutriti con la stessa dieta.
Ulteriori esperimenti in vivo e in vitro hanno dimostrato che M. rupellensis presenta geni che scompongono il mio-inositolo, uno zucchero che svolge un ruolo critico nel metabolismo dei grassi e nella regolazione dei livelli di glucosio.
I topi a cui è stato somministrato M. rupellensis hanno mostrato un aumento dell’assorbimento dei lipidi, che a sua volta ha contribuito allo sviluppo dell’obesità.
Conclusioni
«Questi risultati ampliano quanto già osservato sul ruolo di specifici microbi “obesogenici” e il loro effetto cumulativo sul rischio genetico nello sviluppo dell’obesità, indicando possibili strade future per l’intervento sull’obesità mediante una regolazione mirata di M. rupellensis e del metabolismo del mio-inositolo», concludono gli autori dello studio.
