Negli ultimi decenni, i tassi di obesità infantile e adolescenziale sono passati dallo 0,7 al 5,6% nei ragazzi e dallo 0,9 al 7,8% nelle ragazze tra il 1975 e il 2016. L’aumento di peso più rapido si verifica tra i 2 e i 6 anni, con il 90% dei bambini classificati come obesi all’età di 3 anni che rimane in sovrappeso o obeso durante l’adolescenza. Una delle cause è il consumo frequente di cibi ultra processati (Ultra high-processed foods o UPF), caratterizzati da un’elevata densità energetica, in quanto ricchi di grassi saturi e trans, sale, zuccheri raffinati e additivi (coloranti, esaltatori di sapidità, sali emulsionanti e dolcificanti). Nonostante siano ben noti gli effetti metabolici degli UPF, le evidenze sullo sviluppo cerebrale sono ancora limitate.
Una review del Politecnico di Zurigo (ETH), con prima ricercatrice Gaia Mottis, ha esaminato gli effetti del consumo di UPF sullo sviluppo e sulla funzione cerebrale nei periodi critici dello sviluppo, scoprendo che possono compromettere la formazione di aree cruciali come l’ippocampo e la corteccia, ma anche di neurotrasmettitori coinvolti nei circuiti di ricompensa come la dopamina. Queste alterazioni predispongono all’insorgenza di una serie di condizioni clinicamente rilevanti come ADHD, ansia e disturbi alimentari. Il lavoro è stato pubblicato a giugno su Frontiers in public health.
Ad oggi, l’esposizione agli UPF inizia ancor prima della nascita, poiché un numero crescente di donne in età fertile consuma questi alimenti prima del concepimento. Uno studio recente sostiene che gli UPF costituiscono circa il 17% dell’apporto alimentare totale delle donne nel terzo trimestre di gravidanza, che rappresentano un fattore di rischio per l’aumento di peso gestazionale, diabete gestazionale, disturbi ipertensivi, basso peso alla nascita e parto pretermine che possono predisporre i figli a disturbi metabolici in età avanzata.
Quando gli ultraprocessati sono entrati nel mirino del dibattito scientifico
Il consumo di alimenti ultra trasformati, che oggi rappresenta oltre il 50% dell’apporto energetico totale in alcuni paesi sviluppati, nasce nei primi anni ’50. Il dibattito scientifico sul loro impatto sulla salute, nato nei primi anni ’80, è esploso negli anni 2000, grazie al sistema di classificazione NOVA ideato dall’epidemiologo brasiliano Carlos Monteiro per distinguere gli UPF dagli alimenti minimamente trasformati e integrali. Da allora è emersa una mole crescente di studi che collega gli UPF non solo a obesità, diabete e malattie cardiovascolari, ma anche ad alcune forme di cancro e rischi neuroevolutivi. Il sistema suddivide gli alimenti in quattro categorie in base al loro grado di lavorazione:
- Alimenti non lavorati e minimamente lavorati come frutta e verdura, latte, uova e carne;
- Ingredienti culinari lavorati, tra cui oli, burro, strutto, zucchero e sale;
- Alimenti lavorati come pesce in scatola, legumi o formaggi, solitamente con l’aggiunta di sale, olio, zucchero e l’utilizzo di metodi di conservazione come l’inscatolamento e l’imbottigliamento;
- Alimenti ultra lavorati (UPF).
Il ruolo di fattori socioeconomici, psicologici e stile di vita
Bassi livelli di istruzione, risorse economiche limitate, famiglie con madri lavoratrici, genitori separati (o divorziati) o disoccupati, urbanizzazione sono tra i principali fattori che hanno favorito il consumo massivo di UPF. Prodotti a basso costo e con un tempo di preparazione minimo. Nei più giovani influiscono, inoltre, altri aspetti come i pasti fuori casa, il marketing aggressivo, il comportamento sedentario e una scarsa qualità del sonno. Anche i pasti forniti nelle scuole, che svolgono una parte fondamentale nel plasmare i comportamenti alimentari dei bambini, sono ricchi di prodotti ultra trasformati. Secondo uno studio tra gli alunni delle scuole primarie e secondarie gli UPF costituiscono circa tre quarti delle calorie totali del pranzo. In paesi come il Giappone, invece, i tassi di obesità infantile sono molto bassi perché l’ambiente scolastico dà grande peso all’educazione alimentare: i pasti sono equilibrati e preparati con ingredienti freschi, stagionali e minimamente lavorati.
L’interferenza degli UPF nel delicato meccanismo dello sviluppo
Il periodo prenatale e l’infanzia rappresentano le fasi di maggiore vulnerabilità per il cervello. In particolare, nel terzo trimestre di gravidanza il cervello evolve verso una struttura più complessa, processo che prosegue nella prima fase della vita neonatale. Si formano le sinapsi, regioni chiave coinvolte nelle funzioni cognitive e di ricompensa come l’ippocampo e la corteccia, crescono i neuroni dopaminergici. Una dieta materna inadeguata può favorire infiammazione, modifiche epigenetiche e alterazioni del microbioma intestinale fetale, soprattutto attraverso l’asse intestino-cervello. Nei ratti, l’assunzione materna di grassi trans in gravidanza e allattamento ha aumentato stress ossidativo e citochine pro-infiammatorie nell’ippocampo e nella corteccia, influenzando memoria, funzioni cognitive e comportamento ansioso. Evidenze simili sono emerse anche negli studi di popolazione. Uno dei fattori principali è il basso apporto di nutrienti essenziali (acidi grassi polinsaturi a catena lunga, colina, proteine, ferro, zinco). Inoltre, a circa sei mesi di età, i bambini iniziano a sviluppare le loro preferenze di gusto e le loro abitudini alimentari, che possono essere predittive dei comportamenti alimentari futuri costituendo, nel lungo termine, un fattore di rischio per le malattie cardiometaboliche e neuroevolutive.
Alterazioni del circuito della ricompensa in adolescenza
Gli adolescenti sono tra i maggiori consumatori di UPF: secondo alcune stime, dal 29 al 68% del loro apporto energetico totale proviene da questi prodotti. Durante la pubertà, la corteccia prefrontale – che prosegue fino ai 25 anni – e la crescita dei neuroni dopaminergici – che mediano la comunicazione con lo striato – continuano a svilupparsi. Alterazioni causate da fattori esterni possono perciò influenzare la memoria, il controllo inibitorio, l’elaborazione affettiva e della ricompensa. Ed è qui che subentra il pericolo degli UPF. La combinazione di zuccheri raffinati e grassi malsani stimola intensamente il sistema di ricompensa, mentre il mix di lipidi e carboidrati raffinati provoca picchi glicemici e la stimolazione del nervo vago, innescando il rilascio di dopamina. Questo altera anche l’asse intestino-cervello, che svolge un ruolo centrale nella regolazione dei comportamenti alimentari omeostatici e nella segnalazione della dopamina nei circuiti di ricompensa, che integrano aspetti come il piacere, la motivazione e l’apprendimento, promuovendo il consumo spasmodico e abituale di questi alimenti. Un circolo vizioso che costituisce un importante fattore di rischio per la comparsa di disturbi alimentari come il disturbo da alimentazione incontrollata e il disturbo da alimentazione evitante/restrittiva (ARFID) legato all’omogeneità sensoriale di questi alimenti.
Il ruolo del microbioma
Il consumo di UPF colpisce anche la salute del microbiota. La disbiosi, spesso combinata con la maggiore permeabilità intestinale, può contribuire ulteriormente alla comparsa di depressione e ansia. Questo perché gli alimenti ultra trasformati riducono la disponibilità di serotonina – sintetizzata per il 90% nell’intestino – e l’espressione del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), proteina chiave per neuroplasticità, apprendimento e memoria. Poiché il microbioma regola a sua volta i livelli di BDNF, le alterazioni indotte dagli UPF finiscono per compromettere sia la funzione intestinale sia quella cerebrale e, infine, la produzione di metaboliti vitali per lo sviluppo neuronale, come SCFA e aminoacidi a catena ramificata (BCAA).
Conclusioni
L’interazione tra dieta, salute intestinale e funzione cerebrale evidenzia l’importanza di seguire una dieta equilibrata e ricca di fibre. L’esposizione precoce agli UPF può predisporre a disturbi mentali e malattie neuroevolutive, sottolineando la necessità di politiche nutrizionali e interventi di salute pubblica mirati a ridurre il consumo di UPF soprattutto in gravidanza, infanzia e adolescenza.
