Il consumo abituale, almeno tre volte a settimana, di prodotti a base di latte fermentato contenenti Lacticaseibacillus paracasei strain Shirota si associa a un minor rischio di sviluppare anemia nelle persone anziane. È questo il dato principale di uno studio epidemiologico retrospettivo pubblicato su Beneficial Microbes da Y. Aoyagi e colleghi, condotto in una popolazione giapponese di età compresa tra 65 e 94 anni.
L’anemia in età avanzata è una condizione tutt’altro che marginale. Oltre a essere frequente, si associa infatti a un aumento del rischio cardiovascolare, a un peggioramento della qualità di vita, a declino cognitivo e a una maggiore mortalità. Per questi motivi, ogni fattore dietetico o comportamentale che possa contribuire alla prevenzione merita attenzione, soprattutto in una popolazione che in molti Paesi sta progressivamente invecchiando. In questo contesto si inserisce il nuovo lavoro, che ha valutato se l’assunzione regolare di specifici prodotti fermentati contenenti il probiotico LcS possa associarsi a una minore incidenza di anemia nell’anziano.
Lo studio sugli anziani giapponesi
Lo studio ha coinvolto 1.424 anziani giapponesi residenti in comunità, arruolati nel Nakanojo Study, tutti senza anemia nei 10 anni precedenti il momento della survey. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi in base alla frequenza di consumo dei prodotti contenenti Lacticaseibacillus paracasei Shirota: meno di 3 giorni a settimana oppure 3 o più giorni a settimana. L’outcome considerato era lo sviluppo di anemia nel corso dello stesso intervallo di 10 anni. La diagnosi era basata sul giudizio clinico del medico, supportato da valori di emoglobina inferiori ai cut-off OMS e/o da sintomi aspecifici compatibili, come astenia, dispnea, pallore o cefalea.
I risultati mostrano una differenza netta tra i due gruppi. L’incidenza di anemia è risultata pari allo 0,8% tra i soggetti che consumavano questi prodotti almeno 3 volte a settimana, contro il 4,0% di chi li assumeva meno frequentemente. Anche nell’analisi multivariata, corretta per età, sesso, indice di massa corporea, fumo e consumo di alcol, l’associazione è rimasta significativa: l’hazard ratio per lo sviluppo di anemia nel gruppo con consumo più elevato è risultato pari a 0,219, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,053 e 0,902.
Un aspetto interessante è che la stessa associazione non è emersa con altrettanta chiarezza considerando nel complesso tutti i prodotti a base di latte fermentato. In quel caso si osservava solo una tendenza, non statisticamente significativa. Questo dato suggerisce che il possibile effetto osservato non dipenda genericamente dal consumo di yogurt o latti fermentati, ma possa essere legato specificamente al ceppo Shirota.
Gli autori hanno cercato di controllare i principali fattori confondenti nutrizionali. Nel gruppo che assumeva più spesso i prodotti con LcS si registravano infatti apporti maggiori di proteine, colesterolo, calcio, ferro e vitamina B12. Tuttavia, anche dopo ulteriori aggiustamenti statistici per questi micronutrienti, l’associazione tra consumo frequente del prodotto e minor rischio di anemia è rimasta sostanzialmente invariata. Questo dato rafforza l’ipotesi che l’effetto osservato non sia spiegato semplicemente da una dieta globalmente migliore o da un maggior introito di micronutrienti emopoietici.
Quali possibili meccanismi collegano probiotici e anemia?
Sul piano fisiopatologico, il lavoro non dimostra un meccanismo causale, ma propone alcune ipotesi plausibili. La prima riguarda l’assorbimento del ferro. L’acido lattico prodotto da questi batteri potrebbe contribuire a mantenere il ferro in forma più solubile nel lume intestinale, favorendone l’assorbimento. Una seconda ipotesi chiama in causa l’infiammazione cronica di basso grado, molto comune nell’anziano: il ceppo Shirota è stato associato in altri studi a effetti immunomodulanti e anti-infiammatori, inclusa una riduzione di IL-6, citochina chiave nell’anemia dell’infiammazione mediata da epcidina. Una terza possibilità è indiretta e riguarda il possibile effetto protettivo del ceppo su alcune condizioni neoplastiche o intestinali che, a loro volta, possono favorire anemia.
Va però sottolineato che si tratta di uno studio retrospettivo osservazionale. Di conseguenza, non è possibile concludere che il consumo del prodotto prevenga l’anemia in senso causale. Inoltre, il numero assoluto di casi di anemia era basso, e questo limita la robustezza di alcune analisi, in particolare quelle stratificate per sesso. Gli autori riconoscono anche che non erano disponibili dati dettagliati sul singolo prodotto consumato, per cui non si può escludere del tutto l’influenza di eventuali formulazioni fortificate con ferro, anche se ritenute marginali nel mercato considerato.
Nel complesso, il messaggio clinicamente più interessante è che il microbiota, o più precisamente alcuni interventi dietetici mirati che lo coinvolgono, potrebbe entrare anche nel ragionamento sulla fragilità ematologica dell’anziano. È ancora presto per tradurre questi dati in una raccomandazione pratica generalizzata, e certamente non siamo di fronte a un intervento sostitutivo rispetto alla diagnosi eziologica dell’anemia né alla gestione delle sue cause più frequenti.
Tuttavia, il lavoro apre una pista degna di ulteriori conferme prospettiche e interventistiche: quella secondo cui un probiotico ben caratterizzato, assunto con continuità, possa contribuire a ridurre il rischio di anemia in età avanzata.
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Reference
Aoyagi Y, et al H. Habitual consumption of fermented milk products containing Lacticaseibacillus paracasei strain Shirota and risk of anaemia in the elderly. Benef Microbes. 2025 Nov 6:1-12.
