Nuova tassonomia dei lattobacilli: quali ripercussioni sulle aziende del settore?

Era nell’aria da un po’, ma ora è ufficiale. Le modifiche alla tassonomia del genere Lactobacillus sono state pubblicate. Ma cosa significa per le aziende? Chi sarà più colpito e cosa dovrà cambiare?

Era nell’aria da un po’, ma ora è ufficiale. Le modifiche alla tassonomia dei lattobacilli sono state pubblicate. Ma cosa significa tutto ciò per le aziende? Chi sarà più colpito e cosa dovrà cambiare?

In estrema sintesi, la pubblicazione della nuova tassonomia comporta un cambio di nome per quasi tutti i batteri attualmente raggruppati e denominati sotto il genere Lactobacillus. Diverso, ma abbastanza simile.

Delle 250 specie precedentemente classificate nel genere Lactobacillus ne rimangono soltanto 35, tra cui Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus crispatus e Lactobacillus helveticus. Ciò significa che i nomi di oltre 200 ceppi batterici dovranno cambiare – compresi quelli di ceppi famosi tra cui Lactobacillus casei, Lactobacillus reuteri e Lactobacillus rhamnosus.

Perché cambiare nome ai lattobacilli?

Il processo di aggiornamento della tassonomia dei lattobacilli è in corso da diversi anni. La categoria Lactobacillus è stata istituita nel 1901, ma nel secolo scorso molte nuove varietà si sono aggiunte al gruppo di partenza, rendendolo molto grande (troppo). E al suo interno comprendeva molte varietà diverse (a volte parecchio diverse).

Come scrive nel blog del’International Probiotic Association Bruno Pot di Yakult Europe e della Vrije University, in passato per raggruppare i batteri si usavano proprietà specifiche come la forma e le dimensioni (lunghezza, diametro), il colore e il fatto di poter realizzare specifiche reazioni chimiche (come per esempio la fermentazione lattica).

«È un sistema molto pratico, ma non sempre corretto» ha dichiarato. «Al giorno d’oggi i ricercatori possono utilizzare le informazioni genetiche dei batteri (genoma completo) per confrontarli e decidere se appartengono allo stesso genere e specie, oppure no».

«Quando il test genetico è stato eseguito su tutte le 255 specie di lattobacilli si è scoperto che in passato sono stati commessi enormi errori. Errori simili a quelli che si farebbero mettendo nella stessa specie gli umani, i gatti, i cani e persino le rane».

Nel 2012 un gruppo di ricercatori italiani ha pubblicato per la prima volta un lavoro che ha analizzato la genetica dei ceppi di batteri raggruppati genere Lactobacillus. E ha scoperto che le specie erano geneticamente troppo diverse tra loro ipotizzando che il grande gruppo andasse diviso in nuovi gruppi più piccoli.

Negli ultimi otto anni i ricercatori hanno lavorato per escogitare un nuovo modo di classificare i ceppi che fosse accurato, ma che avesse anche il minor impatto possibile sulle aziende e sulla percezione dei consumatori.

«Questo tema è stato per anni all’ordine del giorno dei ricercatori», afferma la coautrice dello studio Sarah Lebeer dell’Università di Anversa, in Belgio.

«Siamo lieti di essere riusciti a unire diversi team internazionali che lavorano sulla genomica comparata del Lactobacillus con esperti di tassonomia, collaborando per il miglior interesse di tutto il settore».

Secondo le convenzioni di denominazione per tutti gli esseri viventi, la prima specie mai descritta come un Lactobacillus riesce a conservare il suo nome di genere (Lactobacillus delbruecki), insieme ai batteri strettamente correlati ad esso.

«Ammetto che è un po’ doloroso vedere cambiare i nomi dei miei batteri preferiti» aggiunge Lebeer, membro del consiglio di amministrazione dell’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics (ISAPP). «Tuttavia sono fiduciosa che arriveranno presto nuovi studi che grazie a questa nuova tassonomia consentiranno nuove conoscenze sulla storia evolutiva e sulla fisiologia dei lattobacilli».

«I batteri più strettamente correlati che condividono la maggior parte delle proprietà ora hanno lo stesso nome di genere, mentre i lattobacilli che sono meno correlati dal punto di vista genetico possono essere distinti più chiaramente gli uni dagli altri».

Le implicazioni della nuova tassonomia dei lattobacilli

Cosa succederà ora? I nuovi nomi dei ceppi dovranno essere utilizzati su tutte le etichette dei prodotti, e andrà rivista tutta la documentazione scientifica, legale e tecnica tra cui documenti interni di controllo qualità. Ma non solo, cambierà anche la comunicazione ai consumatori, alla comunità scientifica e ai medici.

Nina Vinot di Probiotical ha dichiarato in un’intervista a Microbiome Post che i potenziali impatti sull’industria sono enormi: confezioni dei prodotti, siti Web e altre informazioni rivolte al consumatore, documenti interni. Dovranno tutti essere controllati e aggiornati.

E in alcuni casi – ha aggiunto – i nomi dei ceppi sulle etichette occuperanno più spazio, il che potrebbe avere implicazioni per il confezionamento del prodotto.

Sulla stessa linea un articolo recentemente pubblicato da Bruno Pot, secondo cui i cambiamenti nella tassonomia dei lattobacilli avranno un impatto sul consumatore, sulle comunità scientifiche e mediche o veterinarie, sulle autorità regolatorie, sui governi, sugli studi legali e sulle aziende.

«I consumatori potrebbero chiedersi perché un elenco di ingredienti non contenga più il nome di un probiotico familiare e quindi abbia dei dubbi sul contenuto del prodotto» si legge nell’articolo, che peraltro sottolinea il rischio di confusione anche sugli studi pubblicati in letteratura e sui libri di testo.

«Questo problema persisterà per anni, soprattutto nella convalida di domande di brevetto o marchi di probiotici» avvertono gli autori dell’articolo. Il rischio è davvero reale: secondo Espacenet ci sono più di 10.000 brevetti con il termine Lactobacillus nel titolo o nell’abstract.

L’IPA ha aggiunto che tutti i futuri articoli scientifici e domande di brevetto dovrebbero usare i nuovi nomi e che dovranno essere preparate comunicazioni chiare affinché tutti i soggetti coinvolti siano consapevoli dei cambiamenti.

Inoltre, l’EFSA, Health Canada e la FDA hanno confermato che useranno i nuovi nomi nella loro letteratura e comunicazioni, incluso l’elenco QPS.

«Tutte queste problematiche sembrano alquanto allarmanti, ma l’impressione generale, basata sulle esperienze passate, è che l’impatto del cambio di nome potrebbe essere gestibile con il tempo e le risorse dedicate, anche se questo comporterà di certo un costo per le aziende» affermano Pot e colleghi.

Quindi, se da un lato qualcuno suggerisce di usare sia il nome vecchio sia quello nuovo nelle prossime pubblicazioni, il gruppo che ha lavorato sulla riclassificazione afferma di aver fatto uno sforzo significativo per creare nomi che iniziassero ancora con la lettera L. – aggiungendo che la maggior parte manterrà una somiglianza di Lactobacillus.

Per esempio, mentre la documentazione tecnica dovrà indicare i nomi completi, il packaging del prodotto che elencava Lactobacillus reuteri come L. reuteri sarà ancora lo stesso poiché la nuova classificazione (Limosilactobacillus reuteri) consentirà di utilizzare la lettera iniziale “L.” E questo vale per la maggior parte dei ceppi di batteri commercialmente più importanti.

In rete si trovano diversi tool che consentono a ricercatori, aziende o consumatori di verificare e incrociare il nome nuovo con quello vecchio. Qui, qui e qui alcuni esempi.

Quale sarà l’impatto per le aziende?

Secondo Ewa Hudson, Director of Insights di Lumina Intelligence, la maggioranza dei prodotti finiti che contengono un ingrediente probiotico ne risentirà, visto che l’86% di tutti i probiotici a livello globale contiene un ceppo di Lactobacillus. Per avere un termine di paragone basti pensare che circa il 58% dei prodotti contiene un ceppo di bifidobatteri.

In Europa, sempre secondo Lumina, l’82% di tutti i prodotti contiene ceppi di Lactobacillus. Tuttavia, Hudson sottolinea che esiste una grande quantità di frammentazione nel mercato, con molti marchi diversi presenti come leader di mercato in molti Paesi diversi e pochissimi marchi presenti in più Paesi.

«Questo dato è importante perché significa dover gestire i cambiamenti di nomenclatura per molti prodotti presenti in un solo Paese» ha commentato. «È relativamente facile per una grande azienda cambiare le confezioni di un marchio globale. Ma quando il mercato è frammentato in molti attori più piccoli, allora diventa un problema».

Hudson si domanda inoltre se le diverse aziende seguiranno tutte le nuove regole e se le modifiche al packaging e alle etichette saranno rapide, soprattutto considerando il costo di progettazione e il fatto che molte aziende avranno diversi lotti stoccati a magazzino e in deposito.

«La comunicazione sul cambiamento della tassonomia richiederà una profonda penetrazione all’interno di ciascun Paese, all’interno di numerose comunità e i piccoli produttori nazionali potrebbero subire un forte impatto», ha spiegato Hudson a MicrobiomePost.

«I nostri dati mostrano che l’82% di tutti i marchi a livello globale dovrà modificare il packaging, l’etichettatura e altre documentazioni» ha ribadito Hudson. «Detto questo, quasi il 40% dei prodotti venduti è realizzato negli Stati Uniti, quindi i player statunitensi dovranno essere al posto di guida quando si tratterà di modificare la comunicazione B2B e B2C».

Sfide e opportunità

Gli esperti concordano sul fatto quanto sia fondamentale ricordare alle aziende e ai consumatori che i probiotici presenti nei prodotti rimarranno gli stessi dopo l’implementazione di questi cambiamenti di nome, ma le etichette dei prodotti verranno aggiornate per riflettere i nuovi raggruppamenti.

«Sarà importante prendere in considerazione i nuovi nomi ai fini della pubblicazione e del deposito dei brevetti, mentre le ricerche in letteratura dovrebbero includere entrambi» ha dichiarato Vinot. «Una sfida sarà quella di collegare i nuovi nomi agli studi pubblicati con quelli precedenti e di rassicurare i consumatori che i ceppi sono gli stessi, così come la loro efficacia e sicurezza».

Sarà vitale per i marchi e i rivenditori ribadire ai consumatori che i batteri nei prodotti saranno gli stessi – dal momento che un cambio di nome può causare confusione – ha aggiunto.

Tuttavia, ISAPP sottolinea che come soltanto i nomi dei generi sono interessati – e molti nomi di nuovi generi sono stati scelti deliberatamente per iniziare con la lettera “L” – la maggior parte dei prodotti rimarrà facilmente riconoscibile.

Sebbene l’implementazione dei cambiamenti necessari dall’aggiornamento della tassonomia costituirà senza dubbio una sfida nei prossimi mesi, offrirà anche l’opportunità di organizzare e comprendere meglio i meccanismi e gli effetti di specifici ceppi probiotici.

«Il cambiamento è anche fonte di opportunità per una migliore comprensione ecologica e funzionale dei batteri» ha aggiunto Vinot.

Quale futuro ci aspetta?

Se da un lato ci sono molte sfide, opportunità e costi correlati all’aggiornamento della tassonomia dei lactobacilli, gli esperti concordano sul fatto quanto questo passaggio sia di vitale importanza per il futuro della ricerca scientifica – e della commercializzazione – del settore.

«La recente scoperta di 25 nuove specie bifidobatteriche in primati non umani è un chiaro segnale che le conoscenze sui probiotici sono soltanto all’inizio» hanno affermato Pot e colleghi.

«È presumibile che nuove specie, nuovi generi e persino nuove famiglie saranno descritte in settori rilevanti per il settore alimentare e dell’integrazione».

Inoltre, è ampiamente previsto che in seguito all’aggiornamento tassonomico dei lattobacilli, ci sarà un movimento per attuare riforme simili al genere Bifidobacterium in un futuro non troppo distante.

«Qualunque sia la rapidità dell’aggiornamento della tassonomia dei lattobacilli, sarà importante che questi siano applicati quando avrà luogo il prossimo aggiornamento della tassonomia per i bifidobatteri» ha concluso Hudson.

Traduzione dall’inglese a cura della redazione

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